EDITORIALE – Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni – Con 18 uomini si può fare un colpo di stato

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Dopo la roboante vittoria di ieri la Napoli calcistica s’interroga sulla necessità o meno di acquisire uno svincolato per supplire al forzato e sfortunato infortunio di Ghoulam. Il famoso mantra di Shakespeariana memoria tradotto nel linguaggio del calcio: prendere o non prendere un terzino, questo è il problema. Eppure, numeri alla mano, i famosi 18 uomini per rendere possibile il colpo di stato il Napoli già li possiede. Dopo ieri pensare infatti che agli azzurri manchi qualcosa è esercizio mentale assai difficile da realizzare. Gli uomini di Sarri hanno scritto sul rettangolo verde un nuovo capitolo del libro della “guerra”. Negli occhi dei giocatori azzurri si percepiva il fuoco ardente del desiderio, la fiamma viva di un orgoglio che non può essere più contenuto solo ed unicamente nelle ragioni di campo. In ogni loro passo si poteva toccare con mano e con il cuore un senso di appartenenza più forte di un contratto, più forte della “banale” voglia di vincere. L’anima di questa squadra amoreggia freneticamente con un pubblico in visibilio, scherza con quel sogno senza mai prenderlo in giro. Il connubio di sangue che trascende dal solito rapporto squadra-tifosi è l’emblema di una poesia senza tempo che si radica, domenica dopo domenica, negli stadi d’Italia e si eleva al cielo come un rinnovato grido di libertà. Il Napoli è letteralmente ciclonico, titanico e avverso alle convenzioni. Scarica il proprio tuono tecnico e motivazionale con la veemenza di chi ha conscio il proprio destino ed è così entusiasta di viverlo che non conosce logorii esterni di alcun tipo. “Tante volte uno deve lottare così duramente per la vita che non ha tempo di viverla”. Le parole di Bukowski sembrano essere un dogma per questa squadra, il riassunto scritto in versi di prosa di quando accaduto in questi ultimi giorni. Ci hanno raccontato di un gruppo scosso, annientato moralmente dal dolore di Ghoulam, da quello successivo di Chiriches. Qualcuno avrà anche pensato e temuto che il gol laziale, così a freddo, potesse definitivamente distruggere, lacerare le certezze azzurre fino a ridurle in rudere, macerie di sogni infranti al sole della realtà più cinica ed amara. I fatti, invece, hanno semplicemente dimostrato il contrario. Il gruppo granitico azzurro ha capito e fatto la sua lezione. C’è da lottare e sudare senza sosta, così fortemente da non sentire la fatica, la stanchezza e il peso di un destino che gioca a mischiare le carte. Ogni partita è come un incontro di pugilato, un nuovo capitolo della saga mitologica di Rocky Balboa. Occorre essere pronti ad incassare pugni su pugni, schiaffi alle proprie ambizioni, montanti alle proprie certezze. Nonostante ciò, però, mollare sarebbe una viltà. Non c’è tempo di deprimersi, di abbattersi e nemmeno pensare di gettare la spugna. Lo stallone italiano per antonomasia griderebbe con un occhio chiuso dalla fatica che “non fa male”. Lo ripeterebbe infinite volte mentre cerca la sua Adriana nel pubblico. Lo canterebbe anche il duo Ermal Meta e Fabrizio Moro, freschi vincitori di Sanremo: “non mi fate niente”. Questo Napoli non conosce paura, e anche quando essa bussa alla sua porta è capace di convincerci con l’innata qualità di chi non teme aver paura dei propri sogni. Ogni centimetro sul campo è terra di battaglia, ogni pallone una preda da addentare con la stessa fame dei piranha in un oceano di opportunità. Il Napoli corre, danna se stesso e si stringe attorno alla certezza imperante derivante dal proprio ispiratore: quell’uomo in tuta che parla mezzo napoletano e mezzo toscano. Il figlio senza portafoglio di un idea diventata “sarrismo”. L’uomo del popolo che siede sul trono del calcio nostrano e che da autentico utopico moderno pensatore ricerca la vittoria praticando il bello. “Amare la bellezza è gusto. La creazione di bellezza è arte.” Le parole di Ralph Waldo Emerson sembrano essere il vestito del Sarri pensiero. L’esatta reincarnazione di un’idea che non accetta più il ruolo di sogno miope rispetto alla realtà. Sarri e il Napoli è la sovversione ad ogni concetto tipico del nostro tempo. Gli azzurri non sfidano infatti solo la Juventus come squadra, sfidano un sistema che annienta il bello, la parte emozionale in favore di un regno in cui vige la cupidigia di successo senza alcun principio di arte, senza nessuna manifestazione d’amore. Eppure secondo Wilde l’arte è la più alta forma di genio in quanto non richiede spiegazioni. Le stesse che non si possono dare e non possono essere comprensibili da chi non è tifoso del Napoli. Non è possibile spiegare ai cultori del vincere a prescindere da tutto quanto sia emozionante vedere una squadra omaggiare un proprio compagno indossando la sua casacca alla rovescia per mostrare orgogliosamente e con spirito di fratellanza il suo nome e numero di maglia. Non è possibile spiegare come a tanti, se non a tutti, ad un tratto durante la partita è scesa una lacrima mista di gioia ed orgoglio nel vedere compiuta la rimonta contro la Lazio. Questa vittoria non varrà, almeno per adesso, lo scudetto ma cosa importa al cospetto delle emozioni provate. Quest’ultime non sono altro che il preludio a qualcosa di ancor più immenso, infinito e profondo come “nu suonn” lungo trent’anni che, dinanzi a cotanto spettacolo, vuole destarsi e librarsi nell’aria in un cielo che esplode d’azzurro, che trabocca di Napoli e del Napoli. Un cielo colorato dall’arcobaleno degli eroi che quest’anno stanno dimostrando di non volersi accontentare di essere ammirati ma, edonisticamente, bramosi di essere adorati come divinità da quel popolo che li ha adottati come figli e segue con trasporto ed amore maniacale. Questo perché l’amore per il Napoli non è sbocciato un giorno all’improvviso, ma è lava di vita che ha sempre ribollito sottopelle e che oggi come allora vuol difendere la città. Vuole vederla vincere. Certo, la lotta con la Juventus sarà dura, difficile e rognosa. Ci saranno momenti in cui sembrerà difficile, come una montagna da scalare. Qualcuno dirà che è tutto inutile e lottare non ha alcun senso. Eppure il rivoluzionario per eccellenza (Che Guevara) diceva così: “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. In amore e in guerra non esistono regole. Questo Napoli sembra essere un partigiano che lotta, strazia se stesso per sovvertire quella gerarchia arrogante e spocchiosa del nemico. Sembra un rivoluzionario pronto a sferrare l’attacco decisivo per liberare il popolo da una tirannia. Sarri sembra Che Guevara come le sue parole di ieri in conferenza in rifermento al cuore e all’anima che butterà su questa squadra. “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena vivere”. Differenze non ce ne sono. Entrambi armati dal desiderio di compiere una rivoluzione. Estremamente convinti di come un’idea possa essere più forte di uno stato. Di come il bel gioco e la ricerca empirica dello stesso, dell’arte del pallone più eterea e rarefatta sia l’unica strada che conduce al successo. Forse servirebbe davvero un acquisto, anche solo per svolgere al meglio gli allenamenti. Forse, però, nessuno si sarebbe aspettato un Napoli così dominante, così incredibilmente sposato tra arte e praticità di vittoria. Intervenire sarebbe opportuno ma anche solo il pensiero di sfiorare lo germoglio di questa squadra fa riflettere. Questo Napoli sembra essere perfetto così. Rapace e volitivo dall’alimentarsi del rumore dei nemici. Capace di trasformare la difficoltà in punto di forza. Le prestazioni di Hysaj e Mario Rui di ieri ne sono un esempio. Il destino avverso, le peripezie e le ardue salite di un campionato che corre a ritmo folle, fin ad ora, sono state la benzina di spinta per questo. gruppo. Infondo, per un colpo di stato possono bastare anche 18 uomini. Lo diceva Sarri e questo Napoli ha già i suoi 18 eroi.

Di Jonathan Bruno Cafaro