Un Napoli che ancora non ringhia

Un inizio shock per Gennaro Gattuso, ancor prima del fischio di inizio, con la partita a rischio a causa del mal tempo che ieri ha lesionato parte dello stadio e i lavori d’urgenza i quali, fortunatamente, hanno solo ritardato di mezz’ora la gara. Dopo solo tre minuti errore di Koulibaly (uscito dopo pochi minuti per infortunio) e il Parma che ha gelato il San Paolo, in trepidante attesa per il cambio tecnico, e spento, poi, un entusiasmo piuttosto timido.

Il ritorno alle origini, il 4-3-3, non ha sortito i frutti sperati anche perché a centrocampo giocatori utili a questo sistema di gioco non ce ne sono totalmente. Manca, appunto, il famoso regista che non è stato mai nei pensieri di Ancelotti e che oggi palesa i limiti di un cambio tattico: Allan in impostazione, ovviamente, non sarà mai Jorginho o Diawara e nemmeno Hamsik. Non ha i loro piedi, la loro mente, è un giocatore di corpo, di forza ed è sminuito in quella zona. Ringhio vuole inculcare un gioco fluido, veloce, uno o massimo due tocchi e via, un ritorno al passato, insomma. Non è un lavoro facile, considerando pure che un giocatore come Fabián Ruiz ha un passo lento e movimenti non in grado di garantire un giro-palla veloce. Questo non può essere assolutamente definito il Napoli di Gattuso, arrivato appena due giorni fa, e “traghettatore” di una squadra rotta fino all’osso.

Le crepe non sanate e insanabili sono così prepotentemente visibili, che basta solo percepire con quale paura, sfiducia e condizione mentale i tesserati sono scesi in campo. Non è tutto da buttare, però, perché sprazzi di gioco – soprattutto nel secondo tempo – si sono visti. Il San Paolo è sembrato, dopo il gol di Milik, (ri)svegliarsi da un torpore che da troppo accompagna le partite del Napoli. Una flebile illusione che ha beffato gli stessi al 93º. Il gol vittoria di Gervinho è, infatti, nato da uno scivolone di Zielinski il quale ha perso palla e permettessi una ripartenza velenosa del ducali.

Chi più di tutti si trova al centro del ciclone è Lorenzo Insigne, il capitano, il calciatore che avrebbe dovuto rappresentare la squadra anche per le origini. Invece sembra un corpo estraneo, mentalmente k.o. e consapevole che questa avventura potrebbe terminare senza un lieto fine. Qualche applauso ma soprattutto fischi quando è stato sostituito, segno che la spaccatura con la sua tifoseria è evidente e solo un miracolo potrà riavvicinarlo alla sua gente. Nemo propheta in patria, è certamente vero, ma i campioni hanno un segreto: la forza di rialzarsi e dimostrare il loro valore sempre e a prescindere. Oggi non è così. L’ultima partita di dicembre significherà molto, anzi moltissimo. La musica, intanto, non è cambiata…