Sarri, intervista fiume a Sky: “Era destino che allenassi il Napoli, emozione unica. Higuain? Scelta discutibile la sua. Il momento più bello? I 25′ contro il Benfica sono stati arrapanti. Su Diego, ADL,la banca…”

Maurizio Sarri si racconta in una lunga intervista a Paolo Condò a Sky Sport:

Sulla decisione di dedicarsi al calcio e la comunicazione della scelta alla famiglia: “Sentivo meno la responsabilità di dirlo a mia moglie che a mio padre. Per fortuna ho una famiglia che è stata completamente d’accordo con me, da subito. Mia moglie mi ha detto che se ritenevo questo un modo per avere serenità, allora dovevo farlo e mio padre mi disse le stesse parole. Sono arrivato in un momento in cui mi sentivo allenatore e volevo pensare al calcio dalla mattina alla sera, era una scelta inevitabile”.

La banca ti piaceva? In un periodo eri in Inghilterra. “A volte giravo l’Europa per qualche settimana o un mese, il mio lavoro era divertente. Ero in una sala cambi, non con le persone o i turisti, era un lavoro con operazioni di somme rilevanti, per le grandi aziende a scopo di lucro con prezzi che cambiavano continuamente. Per anni mi sono divertito. Lavoravo alla Banca Toscana che fa parte del Monte Paschi Siena”.

Questo nome ora viene accostato ai mali d’Italia. “Fa un brutto effetto, era una grande realtà, importante per tutta la Toscana. Se penso a tutti i ragazzi che lavoravano con me… non so se la storia sia finita benissimo”.

Ti ricordi il primo mattino in cui ti svegli e ti senti per la prima volta allenatore professionista? “Lo facevo a tempo pieno, ma quell’anno ero ancora in serie D. Vincemmo la Coppa Italia di D, arrivammo secondi e vincemmo i play-off andando in C2. E’ stata una scalata, due anni fa eravamo in Eccellenza. Portare un paesino di 7mila persone in C2 era gratificante, poi sono diventato professionista e facemmo un altro secondo posto e siamo andati in C1. In quel momento iniziai a pensare ‘è facile, posso farlo veramente’. Già la serie D di 15 anni fa era al limite del professionismo, molti facevano solo quello”.

Com’era il lavoro di un tecnico con giocatori che non sono professionisti a tempo pieno? “Io lavoravo quasi allo stesso modo di adesso. La richiesta di applicazione c’era anche in quel momento. Ho avuto gruppi straordinari, professionali anche senza essere professionisti. Ho avuto invece anche giocatori professionisti poco professionali”.

A Figline a 15 anni la prima prova di avere attitudine al comando? “Era il campionato allievi. L’allenatore aveva litigato col club, ci siamo trovati a partire senza allenatore. Eravamo soli, quindi ho fatto salire la squadra in pullman ed abbiamo detto all’arbitro che c’era stato un incidente. Ho fatto la formazione ed abbiamo vinto 2-1, un episodio che ha dato soddisfazione anche all’allenatore che tornò ad allenarci. Io avevo già giocato negli Allievi, mi sentivo il più esperto…”

Era il periodo in cui giocavi di giorno Eddy Merckx e di notte Cassius Clay: “Sono sempre stato malato di sport, di qualsiasi sport. Mi piace anche l’atletica, poi il ciclismo è una passione. A casa mia era pane e ciclismo con mio padre, mio nonno ed i miei zii che hanno fatto i corridori. Se c’è una tappa che mi appassiona posso stare anche 4-5 ore a vederla fino alla fine”.

La tua figura è stata accostata per il gioco e l’inizio dilettantistico a Sacchi che vendeva scarpe nell’azienda di famiglia. “Arrigo è uno che ha vinto tutto, si possono paragonare solo gli esordi nei dilettanti. Il paragone mi onora, io se faccio questo lavoro è perché mi sono innamorato del suo gioco e dei suoi metodi e glielo dico sempre. La passione nasce da lui, quindi essere paragonato a lui è una soddisfazione. Poi spero di riuscire a vincere qualcosa. Registravo il suo Milan, lo guardavo in VHS, poi rivedevo i movimenti difensivi. Mi piaceva il senso di ordine che aveva la sua squadra, rispetto alle altre. L’ordine nel difendere, l’organizzazione offensiva, era sconvolgente e nei libri ormai si parla di un calcio prima e dopo Sacchi”.

Nelle rivoluzioni sei d’accordo ci sia l’Ajax, il Milan di Sacchi ed il Barça di Guardiola. “Sono tre momenti importanti, io ho studiato però il Milan di Sacchi ed ho analizzato il Barça, hanno portato grandi cambiamenti. Chi porta cambiamenti significa che ha inciso in modo importantissimo. Sarebbero stati ricordati anche senza vincere, come l’Olanda che poi non vinse”.

Ti senti il capitano di una squadra? “Ho bisogno di avere vicino a me persone che stimo, che voglio bene. Il lavoro devo farlo anche per loro, mi sento più responsabilizzato per loro che per me. Se mi affeziono ad una persona in modo forte, mi sento obbligato a fare bene per lui. Quando questo mi succede, come ad Empoli, mi fa rendere di più. Mi piace il senso di responsabilità, mi sento obbligato con chi mi vuole bene”.

Alcuni giocatori ti hanno accompagnato nella tua scalata. Quando ti sei accorto che tu potevi andare avanti e loro no? “Sono uno che manifesta poco i sentimenti, ma mi affeziono molto ai giocatori. Ci sono stati giocatori con me per anni, forse Croce quello che è stato di più con noi, dalla C alla A”.

Il tuo Arezzo che poi passò a Conte e retrocesse. “Non so, era una situazione strana. Ha avuto difficoltà lui, poi io, poi è tornato lui e nonostante un discreto finale arrivò la retrocessione ma con i punti sul campo sarebbe arrivato decimo. C’erano i punti di penalizzazione. In quella squadra c’erano Ranocchia, Floro Flores, tecnicamente non poteva retrocedere”.

Hai girato tutta la Toscana, vedevi la Fiorentina punto di arrivo? “Da bambino ero tifoso del Napoli, ma anche dopo, ho visto delle gare di Diego al San Paolo, avevo già 26 anni. Tanti zii erano tifosi della Fiorentina, quindi vedevo anche i viola, sono le squadre della vita. Una rappresenta la città dove ho vissuto, mio nonno abitava a Piazza Alberti che è 400 metri dallo stadio di Firenze, e Napoli dove sono nato. Da bambino ero convinto che fosse logico tifare per la città dove si è nati. Quando ero piccolo ero l’unico tifoso del Napoli lì, ma poi sono venuti altri ed eravamo di più (ride, ndr)”.

Ti senti un pò il rappresentante degli allenatori che vengono dal basso e fanno tutte le categorie, in opposizione agli ex campioni? “Mi sento di rappresentare quelli che vengono dai dilettanti. Per molti giocatori la differenza tra un giocatore di A ed uno di C è sottile, lo stesso per gli allenatori. Il pensiero sui dilettanti è strano, lì si gioca un calcio uguale, il campo è uguale, la testa è uguale, ma cambiano le qualità tecniche, ma lì le squadre sono organizzate tatticamente. L’enorme differenza che molti pensano ci sia invece non c’è. La pressione poi cambia da un posto all’altro e dipende dal carattere reggerla o meno”.

Sei stato chiamato mr. 33 schemi. Bielsa invece dicono abbia 26 schemi su fallo laterale. Esistono infinite maniere di insegnare nel calcio. “Dubito che ci sia un giocatore in grado di ricordarsi così tanti schemi (ride, ndr). Noi abbiamo l’obbligo di dare un’organizzazione, anche su certe situazioni, ma con la consapevolezza che il talento deve esprimersi ed a volte la gara la vinti con un colpo nonostante tu abbia preparato 7 angoli e 18 uscite diverse dalla difesa”.

Sulla chiamata del Napoli: “Mi ha emozionato, all’elementare ero l’unico tifoso del Napoli di tutta la scuola nelle periferie di Firenze. Ritrovarmi ad allenare il Napoli è stato qualcosa d’emozionante, ho detto ‘allora è destino'”.

Sul primo impatto con lo spogliatoio: “Erano silenziosi, era strano. Ho detto fermi tutti, che sta succedendo. Questo lavoro deve essere un divertimento. Mi dava la sensazioni di un gruppo quasi triste e gli ripetevo questa sensazione, per me se si fa una cosa con entusiasmo c’è un valore aggiunto importante. Chi va in campo e si diverte, allora si diverte. Una squadra triste può essere applicata, ma poi perde 1-0. Poi piano piano ho visto quello che volevo. Quando becchi chi ti fa l’imitazione… Insigne sicuramente, ogni tanto urla come faccio io nell’allenamento. Urla come me, lo fa uguale, lì capisci che l’aria è cambiata”.

Poi il gruppo è cresciuto seguendo le tue idee. “Anche gli allenatori vincenti vengono studiati dai giocatori. Dopo un paio di mesi mi sono accorto che c’era stima totale, anche se all’inizio non arrivavano i risultati. Quando ti danno fiducia nel momento in cui non vinci, significa che cominci ad incidere. Dopo la terza gara vincemmo 5-0 col Brugge e poi un altro 5-0 con la Lazio, da lì arrivarono risultati importanti. Le basi come gruppo si sono create nelle difficoltà”.

Sulle parole dure di Maradona all’inizio dell’esperienza a Napoli: “Dubitavo Maradona mi conoscesse, quindi ho risposto in modo netto e sincero. Poi non riuscirei davvero a litigare con Maradona. Il primo anno erano in ritiro a Regello, vicino casa mia, andavo tutti i pomeriggi a vedere l’allenamento per lui. Non si litiga con un mito, poi in quel periodo non c’erano i risultati e le critiche ci stavano. Poi ha avuto belle parole per me e questo mi ha fatto contento. Il suo ritorno? Conoscendo Napoli, ogni volta che torna entri in un delirio collettivo, ha 2mila richiesta e impegni. Per Maradona entrare al San Paolo è complicato (ride, ndr). Sarebbe bello vederlo nel suo stadio, vedere la reazione della gente”.

Com’è De Laurentiis? “Solitamente molto sereno, è un presidente che ha momenti di incazzatura improvvisi, ma brevi. Dopo pochi minuti torna quello di prima. Nelle riunioni o nelle telefonate con me è sempre tranquillo e contenuto. Accontentare? Io non ho chiesto nulla, non sono un tecnico di questo tipo, ma ormai in questo lavoro nessuno parla più di campo ma solo del mercato. Ci sono gli stadi vuoti, ma tutti parlano di mercato, significa s’è perso di vista la realtà. Secondo me si migliora col lavora ma per mentalità non sono uno che dice voglio questo o quello, anche perchè sono in un club in cui non è fattibile, altri in Europa hanno fatturati molto elevati. E’ giusto che ADL salvaguardi la società”.

Sulla squadra: “Siamo piacevole da vedere, giochiamo con tecnica in velocità, con qualche limite perchè non sempre la prestazione corrisponde al risultato. Non otteniamo quello che meriteremmo, questo è un limite. Quest’anno siamo molto più giovani. Albiol-Koulibaly? Sono giocatori forti, Kalidou ha uno strapotere fisico mondiale, è migliorato tatticamente. Con Albiol abbiamo lavorato come reparto, individualmente era già su buoni livelli, posizionato bene con una buona postura, perdendo pochi palloni in impostazioni. Alcuni giocatori li senti tuoi, come per dire era un buon giocatore, l’ho fatto diventare ottimo, ma per i campioni dipende dal loro dna, non si costruiscono”.

Su Higuain: “Non ha mai avuto diffidenza. E’ un ragazzo particolare, ha bisogno di certe cose per rendere al meglio. Ho sempre detto che è il centravanti tipico più forte del mondo, a lui poco, ma gli chiedevo tanto in allenamento. Deve pretendere tanto da se stesso, erano più rimproveri che elogi, ma pubblicamente lo elogiavo. L’abbandono è stato un momento brutto, mi potevo aspettare la Premier, non la Juventus. Questo ha reso più pesante l’abbandono. Per un po’ non l’ho sentito, non volevo neanche sentirlo. Come un figlio che ti fa arrabbiare, lo sbraneresti per qualche giorno, ma resta un figlio. Ha fatto una scelta discutibile, ma questo non significa che non sia una persona a posto”.

Con Insigne rimproveri come un padre? “E’ un ragazzo solare, si sta bene con lui, ha sempre il sorriso. A volte va ricondotto al giusto modo di comportarsi e pensare, ma è uno a cui ti affezioni. Da lui pretendo molto, ha talento, ma può fare di più”.

Sulla sfida al Real Madrid: “Il Real Madrid è una squadra che ti può ribaltare una partita anche nel giro di pochi minuti. C’è la soddisfazione di andare a fare una partita importante, contro la squadra forse più importante del mondo in uno degli stadi più importanti del mondo. C’è il timore che prende tutti, è inevitabile, nessuno è un super uomo e ti chiedi ‘saremo all’altezza di questi?’, io credo di sì alla fine, potranno avere qualcosa in più, ma in partita possiamo starci. Un giorno potrò dire ho giocato al Bernabeu una partita di Champions”

Dal Sansovino al Real a modo tuo, con la tuta e tante cose di cui si parla. “E’ stata dura, ma sono luoghi comuni. Si valuta una persona da piccoli particolari, non dalla persona. Io mi metto la tuta perchè faccio un lavoro da campo, mi sembra ridicolo andare sul campo col vestito da matrimonio. Poi se devo rappresentare la società metto la divisa sociale, in campo no. In questo il presidente non ha mai battuto ciglio. Ho fatto tutto a modo mio, qualcosa ho pagato perchè le etichette si pagano, ma su tanti aspetti ho avuto ragione”.

Ti senti libero nel calcio? “Criticato, a volte giustamente altre ingiustamente, ma non condizionato. Sono fatto così, forse per questo sono arrivato in serie A a 56 anni”.

Minori sono le chances di vittoria, più dolce è arrivarci? “La gente pensa sempre alla Champions, lo Scudetto, ma in realtà dentro hai una partita in un paesino vicino Siena dove è arrivata una promozione ed una emozione gigantesca. La gente pensa che l’emozione sia proporzionale all’importanza dell’evento”.

Il paradiso in terra? “I 20′ col Benfica tra il 5′ ed il 25′ sono stati per me arrapanti. La libidine era per il Barcellona di Guardiola”.