Spiragli tattici Vol.49: La Waterloo del Napoli di Gattuso

Il momento del Napoli è diventato imbarazzante. Con la sconfitta di ieri a Bergamo contro l’Atalanta per 4-2, salgono a sette le sconfitte del Napoli nel solo 2021. Che è iniziato, è bene ricordarlo a chi ancora si prodiga nel tentativo fallace di aggrapparsi alla classifica, da un mese e mezzo. Spezia, Verona, Atalanta (x2), Granada, Juventus, Genoa hanno battuto senza troppi patemi una squadra che non è già più un collettivo che percorre un comune obiettivo, ma un’accozzaglia di più o meno bravi calciatori che non interagiscono tra loro.

Il Napoli non ha più identità, gioco, furore, orgoglio. Un anno e mezzo dopo l’esonero di Ancelotti il punto di arrivo è simile se non identico: una squadra spenta, vuota, che non ha più niente da tirare fuori di sé, settima in campionato e fuori da tutti gli obiettivi stagionali (persi contro l’Atalanta e il celeberrimo Granada, che ieri ha perso anche contro l’Huesca). Con l’aggravante di aver mandato a monte l’ultimo anno e mezzo nella convinzione di aver intrapreso la scelta giusta.

Il Napoli non è squadra

In questo spazio scriviamo dalla fine del 2020 di alcuni evidenti problemi: l’ibrido della rosa che non permette di costruire un’identità collettiva, i limiti nella precisione dei tiri, la sistematicità con cui alcuni giocatori spengono la luce senza motivo. Ecco, ieri l’Atalanta ha esposto al pubblico ludibrio tutte le contraddizioni del Napoli, che non vengono corrette da mesi. Ieri il Napoli è riuscito a creare solo 0.62 xGoals: vuol dire che non avrebbe meritato di segnare neanche un gol. I tiri non sono un dato più positivo: gli azzurri hanno tirato 5 volte verso la porta di Gollini, contro i 18 tentativi dell’Atalanta.

Ma se la pochezza in fase offensiva si ripete tutto sommato solo da qualche settimana, quello che è ancora più inquietante è la facilità con cui qualsiasi avversario del Napoli riesce a crearsi delle occasioni chiare. Qui sotto c’è un frame dell’azione che porta al gol di Zapata. Il Napoli è in una fase di difesa statica, con otto giocatori (più Osimhen) nei pressi della propria area di rigore. L’Atalanta porta solo due giocatori in area (poi si inseriranno Pessina e Freuler), eppure gli azzurri riescono a lasciare Mario Rui solo contro Zapata, in uno scontro ovviamente perso in partenza. Insomma, il Napoli difendeva in area con il baricentro basso (48.2 m) con un difensore alto poco meno di 170 cm. Il che è talmente antitetico da risultare straniante.

Il semplice scaglionamento offensivo dell’Atalanta ha proibito al Napoli di intervenire, arrivando al gol di Zapata che sovrasta Mario Rui.

E no, questa non è stata nemmeno l’azione difensivamente più orrenda della partita. Il sistema di marcature preventive è disastroso anche nel secondo gol dell’Atalanta, nonostante il dribbling tra tre avversari con cui Muriel conduce sia una delle cose più belle dell’ultima giornata di Serie A. Tralasciando Pessina (che è in ritardo e non dà opzioni di passaggio a Muriel), i giocatori dell’Atalanta coinvolti nell’azione oltre a Muriel sono solo Zapata e Gosens. I difendenti del Napoli sono sei.

Qui la confusione è ancora più evidente: sei contro quattro, il Napoli pensa bene di spingersi tutto a sinistra senza marcare né Zapata né Gosens.

Prima Mario Rui resta da centrale per quale motivo (?) lasciando Zapata solo sulla destra, poi tutta la difesa (compreso Di Lorenzo) accorcia da quel lato lasciando Gosens con un grado di libertà di almeno cinque metri. Ovviamente ricorderete tutti come andrà a finire. E ora? Come si analizza una squadra che commette errori del genere? Me lo sono chiesto scrivendo questo pezzo, ma non c’è ancora una risposta chiara. Forse quella migliore è che il Napoli non si può proprio analizzare, perché sta toccando il fondo.

Un’azione

Se c’è un insegnamento che il Napoli aveva dato a sé stesso e al campionato battendo 4-1 l’Atalanta a ottobre, era questo: l’unico modo per mettere in crisi il contesto tattico della squadra di Gasperini è il gioco verticale, l’attacco alla profondità con più uomini possibili. Ieri il Napoli non lo ha mai fatto: gli azzurri hanno chiuso con 450 passaggi riusciti, di cui solo 148 in avanti. L’unico che ha superato i 20 passaggi in verticale è stato Fabian Ruiz (l’unica luce del Napoli), nell’Atalanta ben cinque giocatori hanno superato questo numero. Anche i passaggi nella trequarti avversaria sono stati pochi (solo 58) e gestiti male, a differenza dei 121 dei nerazzurri.

L’unica azione verticale del Napoli: Insigne e Osimhen portano due difensori dell’Atalanta fuori dalla loro zona, e Zielinski ne approfitta.

In effetti l’unica azione verticale tatticamente riuscita è stata quella del gol di Zielinski. Oltre al bell’assist di Politano – e a un gol difficile da immaginare per 3/4 dei calciatori in Serie A ma non per un dandy come Zielinski – è da sottolineare il taglio con cui sia Insigne che Osimhen portano fuori dalla propria zona Toloi e Palomino. Questa poteva essere un’arma difficilmente contrastabile dal sistema di marcature a uomo dell’Atalanta, ma il Napoli lo ha fatto talmente poche volte che alla fine la Dea non ha avuto particolari problemi.

L’identità dovrebbe essere un presupposto

Insomma, il Napoli non ha sfruttato le armi tattiche più convenienti per affrontare l’Atalanta, e anzi: ha estremizzato i propri limiti difensivi contro una delle squadre più temibili del campionato. Come nel post Verona-Napoli, da ieri si parla molto di un possibile esonero di Gattuso. Con 8 sconfitte in 22 partite, il club di De Laurentiis è settimo, e molto probabilmente giovedì uscirà ai sedicesimi di Europa League contro il modesto Granada.

Che le strade del Napoli e di Gattuso si divideranno a giugno è ormai palese. Rino paga molto dei difetti di cui sopra, a cui però vanno aggiunte le sue responsabilità. In ordine sparso: la scarsa gestione del turnover in una stagione in cui si gioca ogni tre giorni, l’assenza di un progetto tattico definito e convinto, una comunicazione che ha avvelenato gli animi nell’ambiente. E in questa lista aggiungerei anche: la scarsa empatia tecnico-tattica con una squadra che quasi sempre non fa quello che gli viene chiesto, come nel frame di cui sotto in cui Bakayoko scarica su Muriel forse dimenticandosi che il Napoli sarebbe dovuto andare in verticale e non palleggiare da dietro.

Bakayoko dimentica che l’Atalanta pressa a uomo a tutto campo e decide di alleggerire su Rrahamani. Che è evidentemente marcato da Muriel.

Qualche settimana fa mi domandavo tra queste righe se fosse davvero auspicabile l’esonero di un allenatore nel momento cruciale dell’anno. E continuo a credere che, per una squadra di alto livello, cacciare l’allenatore a stagione in corso sia un fallimento. Ma a questo punto, essendo fuori da tutte le competizioni e forse anche dalla lotta Champions (non per l’aritmetica quanto per le prestazioni): cosa deve succedere ancora per convincerci che questa stagione del Napoli è fallimentare?