Al di là dei 90′ – Vol.3: L’indimenticabile rendez-vous del 1987

“La cosa più grande della mia vita: io ho vinto qualcosa, la Coppa del Mondo, ma non nella mia terra. Questa è la festa più importante della mia vita. Napoli è casa mia”.

La voce è rotta. Le sillabe si smuovono a malapena. Gli occhi quasi crucciati per non permettere alle lacrime di sbiancare le guance rosse e rotonde. Sono le 17:47 del 10 maggio, l’arbitro Pairetto ha appena fischiato tre volte: la folla esplode. Maradona non riesce a nascondere l’emozione.

“Io ho vinto tutto soffrendo: questo non è stato diverso” – prosegue El Pibe. A distanza di 33 anni possiamo ribadirlo: no, non è stato per niente diverso o facilitato. Gli anni più recenti, ci hanno mostrato come sia complesso – ai limiti dell’impossibile – vincere a Napoli.

E’ per questo che il “rendez-vous” (nel linguaggio astronautico, il predeterminato punto e momento d’incontro tra due astronavi o mezzi spaziali) di quel pomeriggio tra il Napoli e il suo primo scudetto ha sancito la fine di un’era. Perché si sono incontrati due universi fino ad allora opposti. E lo scontro ha decretato l’ingresso della città del Vesuvio nel Gotha del calcio mondiale.

5 luglio 1984

“Voglio diventare l’idolo dei bambini poveri di Napoli: perché loro sanno come mi sentivo io a Buenos Aires”.

Sono le prime parole. Dal giorno della sua presentazione al San Paolo, 5 luglio 1984, Maradona non è già più un “top player” di appena 24 anni che si trasferisce in un club di metà classifica. Incarna i sogni irrealizzabili – oltre che la spietata realtà – di Napoli dal punto di vista politico e sociale.

5 luglio 1984, giorno della presentazione di Maradona al San Paolo.

Per vederlo palleggiare, in ottantamila hanno pagato la cifra simbolica di mille lire. Nessuno può crederci: il modesto Napoli ha strappato il fenomeno dal Barcellona, pagandolo 13 miliardi di lire, in un affare fuori da ogni logica. Durato settimane. E testimoniato dal fatto che la società di Ferlaino, al momento dell’acquisto, neanche disponeva di una quantità così ingente di denaro. Che sarà poi versata ai blaugrana in un secondo momento.

Ho visto Maradona

I primi anni del Pibe sono impreziositi da colpi geniali e irriverenti come i goal alla Lazio e la storica punizione contro la Juventus nel novembre 1985. In particolare, la seconda prodezza certifica lo status di Maradona come campione assoluto. La punizione, battuta da meno di quattordici metri, distrugge i fondamenti della fisica tradizionale.

Deforma il campo gravitazionale terrestre e lo inclina a favore di ciò che il piede sinistro del numero dieci del Napoli desidera. Tuttavia, la squadra intorno arranca. Dopo un ottavo e un terzo posto, la sensazione è che il momento buono sia alle porte. E arriva il clic finale.

Il Napoli, la squadra più forte d’Italia

Nel 1986 il Napoli è ormai una squadra fortissima, dopo l’arrivo in panchina di Bianchi e gli innesti sul mercato di Carnevale e De Napoli.

La porta è serrata da Garella, campione d’Italia nel 1985 con il Verona, mentre in difesa, oltre a Bruscolotti (che intanto ha abdicato al ruolo di capitano in favore dello stesso Maradona) e Ferrario, si aggiungono il giovane Ferrara e Renica, nel ruolo di libero.

La rosa del Napoli campione d’Italia 1986/1987.

Il centrocampo incontra inizialmente qualche difficoltà: nonostante le prestazioni eccellenti del “mastino” Bagni e di De Napoli, si avverte la mancanza di un uomo che dia ordine alla zona nevralgica. Per questo, a novembre, viene acquistato dalla Triestina (in Serie B) Francesco Romano, che si rivelerà decisivo nella corsa al titolo.

Davanti c’è tutto: fantasia, senso del goal, sacrificio. Tra Giordano e il neo-acquisto Carnevale si piazza Maradona, leader e capitano. Il numero dieci è l’unico a cui sono risparmiati i compiti difensivi e tattici del “sergente di ferro” Bianchi. Maradona non ricopre ruoli: deve solo far valere il proprio talento.

9 novembre

Il Napoli gioca bene. Il gruppo si è fuso con l’ambiente in un rapporto simbiotico. E i risultati non mancano. L’occasione per dimostrare la forza della squadra arriva il 9 novembre 1986. Il Napoli arriva al Delle Alpi di Torino con un’ambizione non scontata: vincere contro la Juventus di Platini e staccarla in classifica.

“Uno è più giovane, l’altro più elegante”. Commenta così, il presidente bianconero Agnelli, alla domanda sulla sfida nella sfida tra Platini e Maradona. Non c’è dubbio che il campo di quell’uggioso pomeriggio abbia dato la sua risposta definitiva. Dopo il vantaggio della Juve con Laudrup, Maradona diventa una furia.

Ogni azione del Napoli passa dai suoi piedi: i partenopei attaccano con passione e rabbia. Tanto che le occasioni sciupate su azione sono moltissime. Tuttavia, gli azzurri riescono a concretizzare grazie all’altra arma: i calci piazzati.

Tra il minuto 73 e il 74 arrivano due reti da corner: la prima di Ferrario, la seconda in mezza rovesciata di Giordano. Da lì il Napoli non perderà l’occasione di chiudere definitivamente la partita, nel finale, con il goal di Volpecina. Il Napoli (finalmente) è primo in vetta da solo.

La festa

Battuti i bianconeri, alla sosta natalizia il Napoli si porta a +7 sulla seconda in classifica: la temibile Inter di Trapattoni. E nonostante un grande girone di ritorno dei nerazzurri, che battono la squadra di Maradona a San Siro e si avvicinano a -2, la vittoria dei partenopei sul Milan ad aprile spegne tutti i sogni di rimonta.

Il 10 maggio, al San Paolo c’è Napoli-Fiorentina: ai partenopei basta un punto per laurearsi campioni d’Italia. Dopo 29 lunghissimi minuti, la partita si sblocca: Carnevale segna l’1-0 e fa tremare l’impianto di Fuorigrotta. Il pareggio viene siglato da una splendida punizione di un debuttate Roberto Baggio. Ma lo scenario di festa non cambia.

Il San Paolo gremito: 10 maggio 1987.

Alle 17:47 la città intera esplode. Il traffico si blocca per ore. Le macchine sono decorate tutte di azzurro. Le bandiere sventolano. Per la prima volta nella storia del calcio, l’Italia intera si inchina a una squadra del Sud.

Napoli e i napoletani hanno il loro primo vero riscatto sociale. E alle future generazioni non resta che assaporare i racconti. Le emozioni. Di quella che è, ancora oggi, una vittoria che esula dalla sportività. Il successo di una città intera, di un modo di pensare. E, quindi, di vivere.