MAREKIARO: “Il Napoli è passione, sentimento, è nel sangue! Sono rimasto perché…”

Rieccoci ad analizzare il viaggio del capitano azzurro in questo, ormai consueto, appuntamento settimanale. Lo slovacco, ha deciso di raccontarsi in un’autobiografia edita da Mondadori Electa, contenente un racconto introduttivo dello scrittore Maurizio De Giovanni. E’ proprio con la prima parte di questo testo che abbiamo inaugurato la rubrica. Oggi iniziamo però con l’analisi delle parole raccontate proprio da Marek Hamsik.

Il giovane calciatore azzurro esordisce così:

Ogni bambino, ogni uomo ed ogni anziano conosce tutte le tattiche e le mosse del Napoli, proprio perché il calcio, ma soprattutto la squadra azzurra, è sentito in modo particolare da tutta la città. Il calcio a Napoli è come una fede ed infatti lo stadio San Paolo è il suo tempio. È come una religione monoteista: esiste solo il Napoli per i napoletani, nessun’altra squadra può intromettersi.
La mia passione per il calcio è nata già da quando ero nella culla ma maggiormente quando ho iniziato ad avere coscienza di quello che vedevo sui campi di pallone. A sette anni vidi alla televisione dei brasiliani ai mondiali del 1994. Erano Romario e Bebeto, correvano come dei matti ed io ero incantato dal loro controllo di palla e dalla loro velocità.
Ho iniziato a giocare già a quattro anni e principalmente l’allenatore mi mise a centrocampo ma mi chiedeva spesso di spostarmi anche in attacco. Da allora infatti non ho mai cambiato ruolo, sempre centrocampo.
I calciatori che mi affascinavano di più nella mia posizione erano Zidane e Pavel Nedved. Veloci al punto giusto e impostavano il gioco come nessun altro nella squadra.
Desideravo tantissimo essere come loro, ed iniziai più seriamente il mio percorso una volta trasferitomi a Bratislava, la capitale della Slovacchia, per giocare nello Slovan che era, a quel tempo, il più prestigioso club del mio paese.
Però non ci sono restato a lungo, solo due anni. Dopo mi sono spostato di 800 km in una nuova squadra, un nuovo paese e mi sono immerso in nuovo stile di vita, tutto italiano.
Arrivai a Brescia ed iniziai la mia avventura italiana nella squadra primavera. Iniziai a frequentare la scuola ma avevo difficoltà per colpa del mio italiano ma i miei compagni mi aiutarono molto facendomi sentire uno di loro e mi invitavano anche molto spesso a cena, proprio per farmi conoscere la storia e i segreti dei cibi che mangiavamo e dei posti che vedevamo.
Cambiava il mio stile di vita così come cambiava il mio stile di gioco. Feci il mio esordio in serie A ma poi ho continuato a militare in Serie B per due anni, che furono decisivi per la mia crescita tattica.
Tre anni dopo fui venduto al Napoli nel 2007. Il mio primo giorno napoletano cominciò insieme a Ezequiel Lavezzi. I dirigenti ci portarono a vedere lo stadio, ci presentarono alla stampa e subito capii che il San Paolo era diverso da qualsiasi altro stadio in cui ero stato e che mai più avrei incontrato nella mia carriera futura.
A Brescia era un ragazzo giovane che nessuno conosceva mentre a Napoli non potevo fermarmi a prendere un caffè senza incontrare un tifoso emozionato nel vedermi.
Ma ho capito cos’è era veramente Napoli quando abbiamo vinto la coppa Italia nel 2012. La città non vinceva da 25 anni e dopo il nostro trionfo a Roma ho visto una nuova piazza. Era una città impazzita, sublime e travolgente. Le bandiere sventolavano da tutte le finestre, le persone in strada non vedevano l’ora che tornassimo, fu un momento magico.
Le partite di Champions League poi mi hanno fatto capire che cosa significa proprio giocare nel Napoli e per il Napoli. Quando le squadre vengono qui in trasferta sono sorpresi dalla passione dei nostri tifosi e dal tifo costante che c’è. Lo stadio sicuramente non sarà il migliore ed il più grande d’Europa, o d’Italia, ma i tifosi lo fanno sembrare immenso.
Per me l’eco dell’inno della Champions League dello stadio San Paolo è il suono della perfezione calcistica.
Napoli mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno e giocare per questa città da 11 anni e diventarne il capitano è l’onore più grande che abbia mai avuto nella vita.
Ma la ragione fondamentale per cui sono rimasto a Napoli, nonostante le molte offerte susseguitesi negli anni, va oltre il calcio.
A Napoli mi sento parte di una famiglia ed io non ho bisogno solo di uno stipendio e lottare per la vittoria, ho bisogno di sentire la mia anima e Napoli ne fa parte.

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