VIVA L’ITALIA. La maledizione è in quella struttura piccolina e sfuggente, che sia il Chievo o l’Atalanta, della provincia; ma quando si presentano le star del firmamento nostrano, pure quello, il Napoli c’è: a Torino s’eclissò, vero, ed a Roma (in campionato) perse netto nel risultato ma non sfigurò mentre in coppa Italia ha dilagato; ma con il Milan è finita in festival sia all’andata che al ritorno e all’Inter del predecessore, Benitez riuscì a farne quattro; con la Lazio, idem (e successo poi risicato ma significativo in coppa Italia); e con la Fiorentina, fu vittoria (strettissima e fortunosa) all’andata, sconfitta (immeritata) al ritorno e successo nella finale di coppa Italia a Roma, che non potrà mai esssere catalogata come un trionfo. E contro Garcia e quella meravigliosa Roma, è capitato di rivedere il “Grande” Napoli verticale.
I NUMERI. Tredici vittorie su venti partite, facendo rientrare nel novero delle big il Borussia Dortmund e l’Arsenal (in Champions) e ritenendo come tali, della serie A, la Juventus, la Roma, la Fiorentina, la Lazio, il Milan e l’Inter, sei le sconfitte, due i pareggi (due a san Siro, contro i nerazzurri): la classifica “avulsa” di questo mini-torneo internazionale, senza frontiere e quasi senza limiti, ribadisce il concetto dell’europeizzazione di una squadra che riesce a scovare dentro di sé energie straordinarie negli appuntamenti, in quelli che sono Eventi, e non tradisce quasi mai. La sintesi dell’idea di calcio, del profilo elevato della propria identità, della capacità di raccogliersi e di raschiare il fondo del barile di un talento smodato, è nelle rappresentazioni che contano: ma “pesano” anche i punti con le piccole, utili per ingigantire la gloria (e la classifica).






