Di Marzio: «A papà Gianni sono bastati 15 minuti per capire di Maradona, disse di aver visto la luce»

«Ci teneva, ogni anno era attento a pagare la quota. Lo aveva ottenuto negli anni Settanta quando commentava il calcio per L’Unità. E poi papà era stato una delle prime voci tecniche nelle tv. Partecipava a tante trasmissioni, era disponibile con ogni giornalista». Parole di Gianluca Di Marzio, giornalista, intervistato oggi da La Gazzetta dello Sport. Qui, tra gli argomenti, ha svelato alcuni aneddoti sulla figura del padre Gianni, scopritore italiano di Diego Armando Maradona. Di seguito, ecco quanto da lui raccontato.

Gianni Di Marzio, nato a Napoli nel 1940 è lì cresciuto. La Napoli aspra del secondo dopoguerra.
«Nato a Mergellina, davanti al mare. Cinque fratelli e tre sorelle. Suo padre, mio nonno Mimì, faceva il tassista ed era l’autista personale di Gianni Agnelli, quando l’Avvocato veniva a Napoli. Famiglia numerosa, per mangiare si sgomitava. Una volta papà ritornò da scuola prima del previsto. Non c’era nessuno, ma sul fuoco bolliva un bel sugo. Pensava che fosse una “genovese” e affamato spazzolò tutto. Quando sua mamma rientrò, rimase di stucco: quello era il cibo per il cane! Quando ero ragazzo mi diceva che io, allevato nel benessere, con il filetto nel piatto, avrei dovuto passare una settimana a Napoli da solo per temprarmi».


E il Napoli?
«Partì dal settore giovanile, all’ombra di Pesaola e  di Vinicio, suo testimone di nozze. Mia madre Tucci, sua moglie, l’aveva conosciuta quando lavorava alla Nocerina. È stata il suo vero presidente, senza di lei non avrebbe fatto tutto ciò che ha fatto. Papà è stato il primo napoletano allenatore del Napoli (con Ferlaino presidente, ndr). Amava la gente, i tifosi, si fermava a parlare con tutti. È stato al Cosenza e al Catanzaro, al Brindisi e al Lecce, al Catania e al Palermo, coppie di squadre divise da rivalità fortissime. Nessuno, in queste città, gli hamai portato rancore. Anzi, quanto affetto».


Di Marzio, lo scopritore italiano di Maradona.
«Estate 1978, mio padre va in Argentina con Trapattoni e Radice per seguire il Mondiale. A Buenos Aires lo contatta Settimio Aloisio, argentino di origini calabresi, futuro procuratore di Batistuta e altri campioni. Papà aveva riportato in A il Catanzaro… Aloisio, responsabile tecnico dell’Argentinos Juniors, si presenta in albergo e lo costringe a seguirlo: “Gianni, devi venire, fidati. Ti faccio vedere un fenomeno”. Papà si fa accompagnare da due giornalisti. Arrivano su un campetto e il ragazzo per cui erano lì non si vede. Sta a casa, furibondo: il ct Menotti non lo ha convocato per il Mondiale».


E quindi?
«Vanno tutti a casa di Diego e lo convincono a giocare la partitella. A papà basta un quarto d’ora. Mi diceva di aver visto la luce».


Maradona arriverà al Napoli nel 1984, per 14 miliardi di lire.
«A Napoli, per la verità, non si frequentarono tanto e papà era dispiaciuto per non aver aiutato Diego a districarsi nella città, a evitare certi ambienti difficili. Non gli chiese mai nulla, finché una volta, prima dell’Europeo del 2016 in Francia, gli telefonò: “Diego, per favore, rilascia un’intervista a mio figlio Gianluca”. Mi presentai al ristorante di Parigi dove Diego era a cena con Vialli e altri. I bodyguard spingevano, Diego li fermò: “È il figlio del mio amico Gianni, con lui parlo”. Venti minuti di intervista con Maradona, il mio colpo più grande».

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