Gianluca Savoldi: «Guarderò Napoli-Bologna tranquillo, voglio bene ad entrambe. Incontrai Maradona la prima volta insieme a papà, vi racconto»

Gianluca Savoldi, figlio dell’ex attaccante Giuseppe (scomparso di recente) e allenatore, ha rilasciato un’intervista a Il Corriere dello Sport. Qui, si è soffermato su Napoli e Bologna, le principali squadre in cui ha giocato il padre. Di seguito, le sue dichiarazioni.

Lunedì c’è il primo Napoli-Bologna senza Beppe-gol con il numero 9.
«Oltre a Bergamo, sono le nostre città. Quelle in cui abbiamo vissuto, papà ha giocato e il nostro destino s’è incrociato. La guarderò bello tranquillo: per fortuna nessuna rischia e io, volendo bene a entrambe, non devo tifare per chi ha bisogno».


Si può scegliere tra Napoli e Bologna?
«No, io e papà ripudiamo le classifiche: le emozioni più importanti, quelle che hanno determinato la nostra vita, sono legate a queste città così diverse. Il calcio muoveva la famiglia: io e mia sorella siamo bolognesi di nascita e a Napoli mi sono sposato e ho giocato. Io sono nato proprio nell’estate di Mister 2 miliardi».


Quella del passaggio al Napoli, il destino. Era il 1975.
«Quattro anni intensissimi, pieni di un affetto particolare: mio padre scelse il Napoli con forza preferendolo a Juve, Inter e Milan. Così come volle tornare al Bologna».


E poi c’è Bergamo.
«È a parte: è la città in cui è nato e dove negli Anni 70 ha costruito la nostra casa, ai piedi della collina Maresana, vicino allo stadio. La nostra tana, le radici di cui siamo fieri».


L’ultima volta insieme a Bologna?
«Tanti anni fa, una mangiata in campagna da amici. Di Bologna ricordo la casa in viale Risorgimento e il parco di Porta Saragozza: io e papà che tiriamo calci a un pallone. E poi la zuppa inglese di Ivo alla Braseria, Beppe l’adorava».


La vostra Napoli.

«La casa al parco Ruffo e la seconda a via Orazio, non lontano da quella di Diego. Carmando che mi faceva da balia al San Paolo mentre papà si allenava. Io che tiravo i primi calci della vita su quell’erba. Nel 2022 ci siamo stati insieme per l’ultima volta: in città e a Ischia. A Napoli ho anche imparato ad amare i cani. A casa Bruscolotti».


Prego?

«Mi addormentavo addosso a Mark, il suo boxer tigrato, che rimaneva immobile. Credo per paura di svegliarmi».


Ha mai conosciuto Maradona?
«A Bergamo nel 1984, appena arrivato in Italia: uno dei privilegi di essere figlio di Savoldi. La sera prima di Atalanta-Napoli, papà andò a salutare i vecchi compagni in hotel, al San Marco, e Carmando ci portò nella camera di Diego. Era sul letto a guardare Fantastico in tele con i calzettoni bianchi di spugna. Ballava Heather Parisi. Il giorno dopo lo rividi allo stadio: si riscaldava nel corridoio degli spogliatoi, piano piano, avanti e indietro. All’epoca si faceva così».


I miti bolognesi.

«Perani, bergamasco come lui, uno dei migliori amici di papà, e Bulgarelli: andavamo al mare a Riccione e a Milano Marittima. All’epoca c’era anche un giovane: Roberto Mancini. Mio padre mi diceva che sarebbe diventato un grandissimo. Ci raggiungeva a Riccione. E poi ricordo Colomba, Bellugi, Roversi, Pecci».


Lunedì non va allo stadio?
«Mai sfiorato l’idea. Mi hanno invitato per Napoli-Milan ed è stato molto emozionante toccare con mano l’amore per mio padre. A Bergamo è stato uguale, ma per chiudere il cerchio voglio andare al Dall’Ara. Magari all’ultima giornata».


L’ultimo gol di Beppe?

«L’amicizia. Apro il suo telefono e leggo: “Piango la fine di un’amicizia durata 51 anni”. Un messaggio del suo fraterno amico Evaristo. Queste nove parole mi hanno devastato. Avevo perso da poco due amici che conoscevo da una quindicina d’anni e ho sofferto tantissimo: beh, non oso immaginare cosa stia provando Evaristo».

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