L’arte della difesa: cosa rende grande un difensore centrale italiano?

Se parliamo di difesa in Italia i nomi che escono per primi sono sempre gli stessi: Paolo Maldini, Franco Baresi, Alessandro Nesta, Gaetano Scirea e Paolo Cannavaro. 

I primi due in particolare conservano un alone di leggenda, alimentato da video e foto che li ritraggono insieme mentre compiono interventi difensivi eccezionali nel Milan in cui sono stati protagonisti.

Cosa accomuna dunque i migliori difensori che il nostro paese abbia mai visto giocare? In tutta la carriera raramente hanno guardato l’uomo con la palla nelle situazioni in cui non erano uno contro uno.

Lo lettura degli spazi e il prevedere in anticipo le possibili iniziative degli avversari sono le due qualità fondamentali che hanno contraddistinto la scuola di difesa italiana. In Italia la codificazione tattica è massima e difendere non è istinto, velocità, né meramente una questione di muscoli.

È un mestiere, che si apprende, si perfeziona, si trasmette. Con la tecnologia di oggi si può allenare ancor più velocemente, gestendo meglio anche le situazioni disciplinari che sono ormai parte integrante del gioco e su cui potete scommettere approfittando dei bonus senza deposito scommesse messi a disposizione delle piattaforme di betting. 

Il DNA: Cosa Serve

Cosa serve per incarnare a pieno lo spirito dei difensori che hanno conquistato con sudore le quattro stelle sopra il tricolore? Tre pilastri. 

La lettura: vedere prima degli altri, anticipare il pensiero dell’avversario, essere nel futuro mentre gli altri sono nel presente. Disinnescare i pericoli potenziali con uno scivolamento nella direzione corretta.

La posizione: la geometria del campo pesa più della velocità delle gambe. Nessuno dei difensori che hanno fatto la storia della nazionale Azzurra avevano nella corsa la dote principale. 

La leadership: dirigere il reparto e la pressione dei centrocampisti da primo inter pares, far sentire la presenza e motivazione nei momenti di massima sofferenza. 

Passato vs Presente: Il Confronto 

C’è una frase che forse Maldini non ha mai detto, ma che gli viene attribuita: “Se devo entrare in tackle in scivolata, vuol dire che ho già commesso un errore”. 

Se la confrontiamo con le parole di Wan Bissaka, costato ben 60 milioni di sterline, alla presentazione del Manchester United ci accorgiamo di quanto siano cambiati i tempi. Si è presentato ai Reds dicendo: “Non vedo l’ora di effettuare molte scivolate”. 

Due mondi diversi che si incrociano. Nella Serie A di ieri trovavamo Nesta, che anticipava con eleganza e Cannavaro che compensava la statura con l’esplosività e l’intelligenza. 

La difesa italiana era una catena perfetta che si muoveva unita, sforzo di squadra, in cui il posizionamento in campo giocava un ruolo di importanza fondamentale. Oggi invece, la difesa è inizio dell’azione offensiva, serve un piede buono e il coraggio di rischiare la giocata per andare in superiorità numerica.

La dimostrazione di ciò è che i due difensori italiani più blasonati in assoluto, Bastoni e Calafiori, sono conosciuti per la qualità nei piedi e l’apporto in fase di costruzione e fase offensiva.

Il Passaggio di Testimone

Nazionale, settembre 2020. Italia-Bosnia, Nations League. Bastoni titolare, Chiellini in panchina. Dzeko è la punta titolare della Bosnia e Giorgio lo conosce bene. 

Chiellini prende da parte Alessandro prima del match: “Lui vuole il contrasto fisico, tu non darglielo. Stagli vicino, toglili lo spazio per girarsi, lascia che riceva all’indietro”. 

Poi, durante il gioco, gli urla continuamente la posizione: “Alto!”, “Basso!”, “Stringi!”. Il risultato? La partita finisce 1-1, ma Dzeko tocca pochissimi palloni in novanta minuti. 

Questo momento, che non è affatto speciale o unico, è però un esempio lampante di come il patrimonio culturale della difesa deve venire trasmesso con un approccio “hands on” e non solo a parole. Chiellini è stato uno dei professori migliori.

La Direzione del Movimento

Al difensore moderno è richiesto però un bagaglio diverso di hard skill a partire da un buon piede con cui lanciare lungo, giocare disimpegni con tranquillità e dare linfa alla fase di possesso giocando a due tocchi per eludere la pressione.

Vi sono anche dei cambiamenti tattici, con l’aumento delle squadre che giocano uomo su uomo, che vedono i difensori lasciare per lunghi periodi di tempo le zone di campo a loro preposte per seguire il proprio avversario in pressione.  

Anche le nostre scuole calcio spingono per un approccio moderno, fatto di analisi di dati, nella direzione del calcio del futuro. E questo può portare molti benefici. Tuttavia, appare ovvio che sia fondamentale salvaguardare l’insieme di comportamenti, conditi da astuzia ed esperienza, che caratterizzano il buon difensore italiano da tradizione.

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