Antonio Vergara nella sua «Settimana da Dio» ha raddoppiato i suoi followers su Instagram, da circa 90 mila a 187 mila. È l’indice della Vergara mania che parte da Napoli ma acquisisce una dimensione internazionale, basta pensare alla telecronaca di Patrick Kendrick per Tnt Sports che, commentando il gol contro la Fiorentina, l’ha definito «’O Piccerillo». Un termine che può essere il brand del prodotto che il Napoli sforna dal suo vivaio: da Lorenzo Insigne a Vergara sembra la traccia di un “manifesto”. La rivincita del valore tecnica pura contro il dominio dell’impatto fisico. Insigne ha aggiunto alla qualità la resistenza organica, Vergara la forza e il motore per reggere le sue capacità nell’uno contro uno, nell’attacco allo spazio e nella tenuta del pallone. Basta fotografare le immagini dei due gol in tre giorni al Maradona: la ruleta nel confronto con il Chelsea e l’accelerazione per andare a calcio di sinistro, il suo piede preferito, e battere De Gea contro la Fiorentina. Vergara come Insigne è cresciuto tra le strade e i campi di Frattamaggiore, ha rafforzato il suo talento giocando al “brasiliano”, un torneo di calcetto che rappresenta un evento estivo a Succivo e Sant’Arpino, si è affermato tra lo scetticismo per il suo impatto fisico da adolescente. In Under 15, 16 e 17 non era un titolare, in Under 16 l’allenatore Domenico Panico lo schierava davanti alla difesa pur di trovargli una collocazione ed evitare l’idea che fosse girato in prestito alla Paganese. Negli anni della Primavera lo sviluppo fisico che ha accompagnato la fantasia e la creatività, poi il percorso in serie C e B alla Pro Vercelli e alla Reggiana, con la stagione condizionata dalla rottura del crociato, che l’hanno riportato al Napoli. Conte in estate ha deciso di tenerlo individuando il suo valore, poi la gara in Coppa Italia con assist contro il Cagliari, qualche spezzone in tutte e quattro le competizioni e soprattutto gli infortuni di Neres e Politano hanno fatto in modo che avesse continuità e fiducia totale.






