Che fine farà il calcio?

La terza industria d’Italia, il calcio, è oggi un tema che non sembra fra le priorità del ministro Spadafora. Vediamo però, in un anno, quanto fattura soltanto la serie A in termini economici: “È di 4,7 miliardi di euro il fatturato diretto generato dal calcio tricolore che corrisponde al 12% del Pil del football mondiale” ha affermato il Sole24ore pochi mesi prima che scoppiasse la pandemia che avrebbe, poi, fermato l’Italia e messo in ginocchio il nostro Paese. Nulla quaestio sulla decisione di riprendere gli allenamenti il 18 maggio, lo sport – soprattutto quello di contatto – è un complicato punto da risolvere, considerato che nel nostro campionato decine di giocatori di diverse società hanno contratto il Covid-19, seppur la maggior parte in forma lieve; ci sono stati, però, atleti come Dybala che dopo più di un mese è risultato nuovamente positivo e ha allarmato il sistema.

Di contro, l’ordinanza – avallata dal governo – di pochi giorni fa dei sindaci emiliani che hanno dato il via libera al ritorno agli allenamenti (singoli) al 4 maggio e quello di Vincenzo De Luca, che ha spalancato – quasi clamorosamente – le porte a De Laurentiis riservandogli la possibilità di riprendere il lavoro effettivo venerdì, con le garanzie di tamponi quotidiani e di seguire un iter di sicurezza “anti-contagio” scrupoloso e ferreo, sembravano essere il preludio di un decreto che avrebbe portato a delle novità importanti. Ed invece il ministro dello sport in un comunicato su Facebook ha rivelato tutt’altro. Questo il post in questione:

Chiara la sua posizione diametralmente opposta con chi sperava di poter ricominciare a riaccendere il motore calcistico. Una cosa è certa: se ci sarà una ripresa, essa sarà estesa anche oltre giugno, quindi i contratti in scadenza dovranno essere rivisti, così come gli stipendi dopo oltre sessanta giorni di stop di molte società – il più lungo dopo il dopoguerra – fra cui la Juventus che per prima ha deciso di congelare 4 mensilità. Il problema, però, saranno i lavoratori che permettono a questa macchina di muoversi, ossia i magazzinieri e i dipendenti in generale, che rappresentano la parte “normale” ed utilissima di questo mondo. Il Napoli è stato il primo club nel massimo campionato ad aver messo loro in cassa integrazione, ben 30 persone che – dunque – potranno respirare un po’ per due mesi. Un bel gesto che, tuttavia, non argina la gravità del momento.

Si auspica, così, che fra i vari pensieri del ministro – assolutamente leciti – perché ogni disciplina sportiva merita rispetto e attenzione, ci sia anche l’industria del pallone, quantomeno per capire quale strada intraprendere, visto che si è paventata l’idea di chiudere anzitempo lo scenario. Ora l’unica cosa che conta è prendere una decisione, qualunque sia, con un paracadute a portata di mano.

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