Napoli, sei grande grande grande…

Si dice che i grandi amori facciano un giro immenso per poi tornare indietro, lì dove la poesia e la magia han scritto nelle arterie di chi ama la passione di un sogno. E’ il maggio 2017 ma sembrava il 10 giugno 2007. Ancora Genova è la bilancia del futuro del Napoli. Dieci anni fa, con i fratelli del grifone, a scrivere il ritorno in Serie A più dolce e fraterno che potesse essere scritto. Oggi, invece, ancora mano nella mano con il destino e la speranza che, ancora una volta, insieme al Genoa si potesse festeggiare un traguardo che avrebbe dato onore ad una stagione da record. Un occhio era rivolto alla partita contro la parte meno amata di Genova e con l’altro a fissare gli sviluppi dall’Olimpico. Le emozioni sono scorse a fiumi, un’altalena pazza di bronci e rinnovate speranze, di agonia e gioia per ciò che poteva essere e non è stato. Il vantaggio del Genoa, poi il vantaggio giallorosso e infine ancora un pareggio. In quei minuti negli occhi dei tifosi del Napoli le emozioni hanno bagnato il viso di chi, ancora oggi e nonostante tutto, è capace di lasciarsi trasportare nel vortice della passione. La passione che non ha regole, non ha età e non conosce vergogna del pianto, sia esso di gioia o sia al contrario di tristezza. Il campionato termina come non sarebbe dovuto finire. Un Napoli bello, una poesia universale, una celebrazione sublimata del concetto di estetica è esploso travolgendo ogni cosa avanti a se. Una macchina perfetta, un gruppo granitico e dal cuore ardente ha riscritto la storia di un club che, mai come quest’anno, aveva toccato quota 86 punti in campionato. I record sbriciolati come orpelli di un passato che non vuole rappresentare più il presente e il futuro ma che, così come deve essere, deve ricordare chi siamo stati e dove possiamo arrivare e non più l’unico emblema della gioia collettiva di una città e di un popolo. La nascita di un campione, Mertens, la consacrazione di un fenomeno, Insigne, e la conferma amplificata del talento di Callejon Hamsik. Loro su tutti, portabandiera di un gruppo che ha accresciuto se stesso senza freni, senza paura e timori reverenziali. In una stagione costellata dalla sfida galattica, dalla sfida infinita contro i rivali di sempre della Juventus, in una stagione che ha dato speranza a tutti di scalare anche le vette irraggiungibili, di colorare con l’azzurro del cielo infinito i campi dove, domenica dopo domenica, il Napoli ha dato spettacolo. La lucentezza negli occhi di chi li ama e di chi ama il calcio. Questo è forse solo il banale riassunto di tutto ciò che rappresentato questa stagione, questo è forse il niente che ha fatto vibrare il cuore del napoletani. Forse questo è quel sentimento che non puoi spiegare, che non puoi scrivere ma che puoi solo vivere sperando che Dio ti regali l’onore di comprendere il miracolo a cui hai assistito. Non è arrivato nessun titolo, nessuna coppa ma solo lodi che svaniranno nel tempo che passa e che cancella ogni cosa superflua in un mondo che bada solo a risultati senza domandarsi la loro provenienza.

Il Napoli chiude terzo, dopo aver affrontato 19 avversari sul campo e altri fuori dal rettangolo verde. Azzurri ai preliminari di Champions e festa per coloro che, senza ombra di dubbio, meno hanno meritato le prime piazze del podio. Fino alla fine ci hanno illuso che la meritocrazia fosse il baluardo di ogni fondamento sportivo e vivente, ci hanno fatto dire grazie agli uomini che hanno lavorato e lavorano per garantire il regolare svolgimento delle competizione. Ci hanno indottrinato dicendo che, alla fine, i conti tornino sempre e che quindi la classifica rispecchi il riflesso della realtà incontrovertibile. Nei fatti, però, non possiamo non evidenziare che chi ha vinto il campionato e chi gli è giunto subito dietro abbiano goduto di fortune uniche, speciali e unilaterali. I conti, alla fine, parlano di rigori concessi e non dati in momenti cruciali. Raccontano che con un colpo di mano è stata sovvertita la giustizia invertendo l’ordine finale e, siccome non parliamo di matematica, il risultato finale è molto diverso da ciò che sarebbe dovuto essere.

In tutto questo snocciolare dati, emozioni e frustrazioni alle quali ormai siamo abituati -ahinoi- il Napoli ha giocato a Marassi con la personalità della prima della classe. Ha tributato anche all’ultima giornata il campionato con gol che sembrano gioielli incastonati in un mondo povero di bellezze autentiche, ha disegnato sul campo ennesime traiettorie giottiane degne degli scultori più straordinariamente diversi per genio ed estro. Mertens prima, Insigne poi e per finire Callejon hanno dato vita ad un movimento di pensiero scapigliato che non conosce limiti di azione dotandosi della classe che dai piedi sgorga come acqua incontaminata dalla sorgente della classe, dell’estro capace di coniugare e invertire il proprio senso da impossibile a reale. Gli azzurri dominano, vincono e si divertono in un teatro distratto da tutto ciò che non dipendeva dagli azzurri. Cala il sipario sulla stagione, così come sulla carriera di Totti: infinito campione come calciatore e come uomo.

Dietro le quinte resta l’amarezza per un finale che grida vendetta, resta anche la meraviglia di una squadra che ha saputo trascinare il proprio popolo anche oltre il risultato del campo. Grazie Napoli e grazie Sarri, grazie alla società e al presidente De Laurentiis per averci donato uno spettacolo circense da cullare, un patrimonio che non ha bisogno di trofei, piazzamenti o altro per aver un senso compiuto. Questo Napoli gode di luce propria e, nel buio della notte del nostro calcio, irradia speranza ad un movimento intero. Con queste convinzioni consacrate sul campo possiamo ambire, l’anno che verrà, ad un campionato che possa consacrare questa squadra nell’olimpo calcistico italiano anche attraverso le vie tanto care ad altri: lo scudetto.

Da adesso, caro Napoli, le domeniche non saranno le stesse senza di te.

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