Diario Castel di Sangro #1: il Napoli di Lucio

Per i napoletani non esiste il giusto mezzo e se alla fine della scorsa stagione (sì, quella finita PRIMA degli Europei, anche se la vittoria dell’Italia ha deformato così tanto lo scorrere del tempo che sembra una vita fa) e la maggior parte dell’ambiente era depresso, ora c’è già qualcuno che si esalta per la vittoria per 0-3 contro il Bayern Monaco, o per i sette gol di Osimhen in amichevole. Comunque il Napoli si trova davanti al momento più importante e delicato dei suoi ultimi anni, chiuso in una sorta di Loggia Nera lynchana che potrebbe condurlo all’affermazione come top europea o abituare i suoi tifosi alla mediocrità (e in questo forse è vero che c’è una sorta di corrispondenza tra l’estremismo dei tifosi e il bipolarismo della squadra), e per affrontarlo si è affidato a Luciano Spalletti.

Nella conferenza di presentazione è possibile dividere il discorso di Spalletti in due frangenti o dichiarazioni d’intenti. La prima riguarda l’aspetto psicologico: «se giochi nel Napoli io non ti devo motivare per niente, tu devi dare il massimo per onorare la maglia del Napoli». La seconda parte interessante è invece il discorso tattico: Spalletti eredita una squadra piena di lacune, che i suoi predecessori avevano provato a colmare unicamente con la creatività dei giocatori migliori (Insigne, Mertens, Koulibaly, Zielinski), e dovrà cercare di darle una forma chiara, definita e inderogabile, per non arrivare a dire identitaria.

Quello che proverò a fare ora è trascrivere le annotazioni (o impressioni, nel senso di suggestioni estemporanee segnate su un foglio di carta) rimediate durante il primo allenamento del ritiro di Castel di Sangro 2021, che si è tenuto ieri nel tardo pomeriggio.

Castel di Sangro, o di una città spettrale

Se fossi Roberto Bolaño inizierei a scrivere dei frammenti riguardo l’atmosfera vagamente inquieta e inquietante di Castel di Sangro che poi si è riflettuta anche nella seduta di allenamento. A parte il lungo soffio di venti meridionali (credo, ora mi rendo conto di non aver mai saputo che venti soffiano e dove) che ha portato me e Simone a dirci che se esiste un inferno quello è sicuramente uno stadio in cui ad agosto il freddo rischia di congelarti le ossa, in effetti Castel di Sangro ha qualcosa di strano, oltre che di tetro. La vista panoramica dalla nostra casa è decisamente una cosa bellissima, certo, eppure il borgo più antico è talmente spettrale che non abbiamo incontrato anima viva durante tutta la giornata, a parte i cani dei nostri vicini (sempre che esistano?).

Insomma, non è proprio una brutta vista.

Comunque io non sono Bolaño, quindi suppongo che dovrò accontentarmi di scrivere dell’allenamento del Napoli, anche se con qualche divagazione qua e là.

Nemmeno il tempo di arrivare e fare il check-in che abbiamo dovuto affrontare di nuovo le scale scoscese che collegano la parte più antica e montuosa di Castel di Sangro (e io che pensavo che scrivere di sport fosse collegato essenzialmente alla critica e non alla sofferenza fisica, evidentemente non avevo capito un cazzo). Poi il Napoli è sceso in campo per l’allenamento, e innanzitutto dovrei fare una precisazione su uno degli argomenti meno approfonditi quando parliamo di sport, che è il racconto dei corpi. Prendete Kalidou Koulibaly: spesso diamo per scontato che un uomo della sua potenza fisica riesca a recuperare gli attaccanti semplicemente in velocità, o entrando in scivolata a cinque metri di distanza dall’avversario. Vederlo a tre metri di distanza da te, al contrario, mentre marca Osimhen e non gli fa toccare palla restituisce l’eccezionalità delle sue gambe (che sembrano più che altro dei trampoli di gomma che deforma per sradicare la palla dal possesso degli avversari) oltre che delle sue indicazioni (urlate) ai compagni di reparto che non potrebbero mai essere colte in tv.

Ritorno al passato

Dal punto di vista tattico invece Spalletti ha provato essenzialmente due cose. La prima è di stampo collettivo: una partitella 11 vs 8 in cui la squadra blu schierata con il 4-3-3 doveva affrontare una difesa a quattro con tre centrocampisti. Le due squadre erano così composte:

Squadra blu (4-3-3): Meret; Di Lorenzo, Manolas, Rrahmani, Rui; Fabian, Lobotka, Zielinski; Politano, Osimhen, Insigne.

Squadra gialla (4-3-1): Ospina; Malcuit, Gaetano, KK, Zanoli; Machach, Elmas, Zedadka; Tutino.

E se la squadra blu ha provato a pressare anche abbastanza in alto quella gialla, in realtà una delle alternative più concrete al palleggio sono state le verticalizzazioni per gli scatti di Osimhen. A differenza dell’anno scorso, però, queste sono state più ragionate. Spalletti ha insisto sulla costruzione dal basso per creare vantaggi posizionali, e in questo senso il triangolo al cui vertice basso c’è Lobotka con Zielinski e Fabian a dividersi gli spazi nel mezzo è sembrato molto adatto a ripulire la circolazione di palla, oltre che a rifinire l’azione (questo soprattutto Zielinski). Anzi, un’altra trama da seguire è quella secondo cui appena la palla gira tra i difensori il terzino dal lato forte si stringe per far alzare la mezzala. E’ successo dal lato di Mario Rui e Zielinski, ma anche da quello di Malcuit.

Il 4-3-3 provato da Spalletti. La squadra gialla deve palleggiare dal portiere fino all’area.

Poi è arrivato il momento degli esercizi sulla tecnica per Osimhen, in cui un tifoso gli ha anche urlato «sei più forte di Lukaku». Forse è troppo, ma è anche vero che per un ambiente che si deprime così facilmente trovare un calciatore così entusiasmante forse è stato meglio di quanto pensassimo.

Insomma Spalletti sembra progettare un ritorno al passato, strizzando l’occhio a certi principi di gioco del fu Napoli di Sarri, e per qualche coincidenza è la stessa sensazione di deja-vu che ho provato ieri sera mentre tornavamo a casa e mi sembrava di avere quindici anni, quando passai un Natale abbastanza assurdo nella casa che avevamo in Calabria, un Natale profano ovviamente, in cui al posto della nascita di Cristo io e mio padre celebravamo il miracolo di San Rafael da Sorocaba, che con la mano aperta toglieva il primo trofeo alla Juve di Allegri e lo regalava a noi. A me e mio padre, intendo. E anche se forse non è andata proprio così storicamente, mi piace pensarlo.

Mentre scrivo è già arrivata l’ora di scendere per il secondo allenamento. Spero di essere stato chiaro se non per qualcun altro, quantomeno per me stesso. In fondo i diari servono solo a chi li scrive, almeno credo.

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