Piotr Zielinski, Polish dandy

Nel calcio esiste una prospettiva privilegiata, un ruolo da cui distinguere il punto di fuga delle circostanze? Un luogo, un pezzo del campo da cui è più facile, o più congeniale, capire il gioco? In un’intervista del 2013, Diego Armando Maradona disse che a inizio carriera avrebbe voluto fare il libero perché «il libero deve intuire le mosse avversarie: è quello che controlla tutto, vede tutto e parla con tutti». Considerando anche l’evoluzione cinetica del calcio negli ultimi anni, la relazione più evidente tra un ruolo e le scelte da compiere potrebbe stare nel tempo a disposizione per pensare.

Un trequartista ha meno tempo per decidere se calciare in porta o passare il pallone rispetto a una mezzala; un terzino deve passare la palla avendo meno gradi di libertà rispetto al portiere, e così via. Essere calciatori pensanti, in un contesto in cui il “pensiero” consiste nell’avere un’idea, comunicarla ai muscoli delle gambe, e realizzarla in qualcosa di meno di qualche secondo, è davvero complesso. Forse è per questo che vediamo sempre meno calciatori liberi di fare quello che pensano. Di sicuro è proprio per questo che non posso fare a meno di guardare con fascino alla recente evoluzione di Piotr Zielinski.

Polish dandy

Da inizio stagione Zielinski ha giocato in tutti i ruoli del centrocampo: come doble pivote con Fabian nel 4-2-3-1, da mezzala di sinistra nel 4-3-3, prima stabilizzarsi come trequartista centrale. In tutti i ruoli in cui è stato schierato da Gattuso, Zielinski ha persino aumentato la sua importanza nello sviluppo del gioco del Napoli, soprattutto in relazione agli ultimi anni, colmi di discontinuità. Nella vittoria contro il Cagliari, al di là dei due gol, Zielinski ha toccato 59 volte il pallone, provando cinque volte il dribbling, concludendo la partita con quattro tiri verso la porta e un passaggio chiave.

Secondo Oscar Wilde, in una frase presa a prestito da Il ritratto di Dorian Gray, «l’artista è il creatore di cose belle». Di cose belle esteticamente, che scaldino il cuore, gli occhi, il corpo. Da questo punto di vista, il secondo gol di Zielinski contro il Cagliari è a tutti gli effetti una cosa bella. Come quasi tutti i gesti tecnici delle partite in cui scende in campo il numero 20 del Napoli. In effetti, Zielinski tiene insieme le due anime del “dandy”: quella edonistica, volta all’appagamento istantaneo del piacere, e quella della sregolatezza. Nel senso meno comune di «disordine», discontinuità, intermittenza.


Credo che questo sia particolarmente identificativo dell’essenza del modo di stare in campo di Zielinski, che è prima di tutto alternato. Ci sono momenti in cui sembra essere fuori dalla partita, assente, avulso. Così come momenti in cui vengono fuori la sua classe, l’eleganza: in quelle porzioni di partita non importa quanti avversari ci siano intorno, se il pallone finisce nei pressi di Zielinski, si fermerà. Come al 62′ della partita contro il Cagliari, quando su un cross di Di Lorenzo, controlla di interno sinistro un pallone complicato. Ceppitelli, Walukiewisz e Marin lo accerchiano per ostruirgli la visione della porta. A quel punto serve un ulteriore tocco per calciare; la parte sinistra della visione periferica di Zielinski è ostruita da Ceppitelli. Quindi il polacco decide di toccare il pallone con l’esterno del destro, anticipa il tackle di Walukiewisz e si lancia a tu per tu contro Cragno.

Stiamo vedendo il miglior Zielinski?

Ci sono pochi gesti tecnici, nel vasto repertorio delle finte, che riescono a essere al tempo stesso estetici ed essenziali. È raro che un dribbling generi un’ovazione del pubblico – quando un pubblico in tribuna ancora esisteva – e sia utile per tutta la squadra. Quello che è ancora meno rintracciabile in un calciatore è la capacità di condurre la palla risultando elegante, sfiorarla con la suola per consolidare il possesso, addomesticarla con il tacco o semplicemente dribblare più difensori al primo tocco. Piotr Zielinski sa fare tutte queste cose e, quello che lo rende più particolare di altri centrocampisti è che riesce a fare tutte queste cose all’interno di una sola partita.


Proprio nelle ore in cui preparavo questo pezzo, hanno parlato di Zielinski i suoi due allenatori più recenti: Ancelotti e Gattuso. Le parole di entrambi trasudano entusiasmo e amarezza, distribuiti un po’ equamente. Prima Gattuso ha detto che «quando parliamo di Zielinski parliamo di un calciatore fortissimo», ma anche che «deve essere più cattivo sotto porta». Poi Ancelotti, che ha sottolineato la completezza di Zielinski: «con me ha giocato in tutti i ruoli, ma gli è sempre mancata la continuità».

In un bel libro sul parallelismo tra la scrittura e la corsa a piedi, L’arte di correre, Haruki Murakami scrive: «Ciò che penso, semplicemente, è che, una volta usciti dalla prima giovinezza, nella vita è necessario stabilire delle priorità». Zielinski ha 26 anni, da cinque è un titolare più o meno indispensabile del Napoli, ed è alla prima vetta assoluta della sua carriera, dopo anni in cui la sua incostanza è stata terribilmente costante. Il pensiero di Murakami continua così: «Se entro una certa età non si definisce in maniera chiara questa scala dei valori, l’esistenza finisce col perdere il suo punto focale».