Vieni qui figlio mio, ti presento Maradona

Correva l’anno 2007, avevo 9 anni e sedevo a terra davanti al televisore di casa con alle spalle mio padre e altri familiari. Il Napoli di Reja torna in serie A e Cupido scocca una freccia azzurra nel mio cuore. È stato amore incontrollabile sin dal quel momento, un sentimento naturale e sincero. Puro.
I racconti di mio padre, le storie in rete, i graffiti sui muri, tutto parlava di Napoli e del Napoli e da che ho iniziato ad avere memoria non ho più abbandonato questa fede.
Arrivano gli anni delle grandi glorie tra il ritorno in Champions League, la Supercoppa italiana del 2014 e le 3 Coppe Italia.
Nonostante non avessimo mai vinto lo scudetto abbiamo sempre festeggiato alla grande ma con una vena di malinconia nel cuore.
Per i giovani quest’ultima era rappresentata dalla voglia di fare, di avere e di vincere qualcosa in più. Si sa, i napoletani sono troppo esigenti e le coppe non bastavano più, o lo scudetto o niente.
Qualcuno di vecchia data avrebbe detto invece: “Ah si mo ce stev Maradona”.
Ma che voleva dire? Perché proprio Diego?
“Noi abbiamo avuto Lavezzi, Cavani, Hamsik, poi Higuain, Mertens e Insigne. Che ce ne dobbiamo fare di Maradona? E tiemp so cagnat”, avrebbe risposto qualcun altro.

E ora provo io a spiegarvi cosa vuol dire la presenza di Maradona, proprio come un padre fa con suo figlio.
Diego Armando è nato in una baracca di Villa Fiorito, in quel di Lanus, che per intenderci potrebbe essere la versione degradata della nostra Scampia. Sgambetta con il pallone sin dai primi anni, al professionismo ci arriva a 16 anni, e porterà questo numero anche sulla maglia dell’Argentina Juniors.
Diego non è nato numero 10, è nato sognatore impavido con tanta voglia di riscatto. Si è dato da fare per non essere risucchiato dalla vita della Villa che niente ha a che vedere con qualcosa di positivo anzi, in italiano vuol dire proprio favela.
Sembrava un destino scritto, una vita segnata dalla mafia Argentina e avrebbe potuto sceglierla se non fosse stato figlio di Doña Tota e Diego senior, genitori tenaci e incorruttibili.
Ma arriviamo nel 1981, Maradona sceglie la numero 10 al Boca Juniors e i voli per l’Argentina aumentano a tal punto che dopo un anno, per problemi economici della squadra azul y oro, il Barcellona acquista el Diez.
Turbolenti dal punto di vista fisico i suoi anni in Spagna, sia a causa dell’epatite virale che l’ha tenuto per più di tre mesi lontano dal campo e l’ha debilitato nella prima stagione, sia per l’infortunio causatogli da Goikoetxea.
Ma una volta recuperata la sua condizione, il Napoli, senza la liquidità necessaria (13 miliardi e mezzo di lire) e con il contratto presentato il giorno dopo la fine del mercato, riesce ad acquistare il suo gioiello.
Oserei dire che qui è dove finisce l’uomo ed inizia il mito.

La città partenopea si è presa tutto da Diego: la fantasia di un ragazzo, l’estro calcistico e la vita di un uomo. Complici della sua disfatta, del suo crollo psicofisico, la famiglia Giuliano, cui non occorre ulteriore pubblicità.
Ma perché nessuno l’ha salvato? Perché nessuno l’ha messo in guardia?
È un dato di fatto che la camorra abbia sempre rivestito un ruolo in vari ambiti della città, facendosi fautori del mito del Pibe de oro tra la gente.
Promettevano alle persone di portarlo alle feste, inaugurazioni, cerimonie, tutto in cambio di denaro e lui ne ricavava cocaina, sesso, stress e malessere.
Maradona non era più umano già lì ma non è stata colpa sua. È stato trasfigurato dal suo popolo, idealizzato come una divinità: Dio sceso in terra per dare grazia ai suoi discepoli.

Maradona è un fenomeno, non per le sue doti tecniche, ma un fenomeno culturale che ha incarnato la rivincita del Sud contro il Nord, dei poveri contro i ricchi e lui aveva scelto di esserlo.
O meglio, è stato indotto dall’ammirazione che avevano per lui ad essere il condottiero di una battaglia che va al di là del campo da calcio. Ha sentito il peso di una responsabilità che non gli apparteneva perché nato a 11mila km dal Vesuvio, eppure si è fatto carico della squadra e l’ha condotta alla vittoria con il celebre discorso: “C’era la sensazione, la netta sensazione che il Sud non potesse vincere contro il Nord. Giocammo contro la Juve a Torino e facemmo 6 gol: sai che significa quando una squadra del Sud fa 6 gol all’avvocato Agnelli?“. Con questo gesto si è donato alla sua gente creando una connessione mondiale, unendo due popolazioni. Maradona è l’asse Argentina – Napoli, è l’azzurro dei colori di queste città, è il Vesuvio e le cascate di Iguazù.

Diego non doveva dimostrare niente, non erano suoi gli ideali per cui lottava eppure ha dato lustro ad una popolazione che cercava di far sentire la propria presenza mentre veniva schiacciata dal potere.
Ma il ragazzino di Lanus ha subito l’ingordigia della gente che voleva approfittare della sua popolarità per ottenere qualche consenso in più.

Maradona oggi non è solo un nome, è sinonimo di un movimento popolare che ha smosso la coscienza di molti e ha permesso alla città di Napoli di farsi conoscere. “Maradò” è il nomignolo che una mamma da al suo bambino vivace e riccioluto, che scende di casa alle 9 del mattino col pallone sotto braccio e torna a casa sporco di terra e graffiato.
Maradona è il D10S del calcio, il calciatore più forte della storia, il più discusso e contestato ma anche il più amato. E non è vero che Maradona è un cattivo esempio. Solo gli ignoranti, coloro che ignorano l’evidenza dei fatti, possono trarre dalla storia di un uomo, che ha vissuto così intensamente, la parte negativa e imitarlo. “Fai ciò che dico io ma mai come faccio io” e lui questo ha sempre ripetuto. Si è rovinato la vita da solo ma non ha mai voluto che qualcuno lo emulasse, anzi ha ammesso le sue fragilità, si è pentito e ha chiesto perdono.

E io oggi, con questo scritto, voglio dire che abbiamo troppe volte ringraziato Maradona per ciò che ha fatto per la nostra città però non ci siamo mai scusati con Diego, con l’uomo fatto di carne e debolezze, nato dal piede sinistro di Dio ma pur sempre umano.

Ti chiediamo scusa Diego, ora e per sempre.

Articolo precedenteInsigne, l’agente: “Lorenzo non voleva accettare la morte di Maradona”
Articolo successivoInter, Brozovic di nuovo positivo al Covid-19: out contro il Sassuolo