Diego Maradona, o del male di vivere

Non cammina più, claudica. Le guance tonde e rosse hanno fatto posto a un viso modellato, che sembra nascondere qualcosa che nessuno comprende. Oggi Diego Armando Maradona compie 60 anni; e non potrebbe portarli peggio. «Sono stanco, non sono forte come ero prima. Nessuno è eterno» disse a Gianni Minà in un’intervista alla fine del 1990.


Nel frattempo sono passati altri trent’anni anni. In effetti, il Maradona recente non è che l’uomo disprezzato e discostato da (quasi) tutti, che la figura di fuoriclasse assoluto non gli aveva permesso di essere prima. Da quando non gioca e non incanta più con i piedi, il suo nome copre le prime pagine per il gossip, le inchieste su evasioni fiscali, il rapporto con la droga, le tensioni familiari.

Ma prima di tutto, Maradona è un uomo fragile, decadente. Il che gli è costato molto – forse tutto –, vista l’idolatria incessante di cui lo sport è diventato schiavo.

Live is life

Nel modo di vivere il calcio di Maradona ho sempre visto qualcosa che travalicava il campo. Diego non ha mai avuto – credo neanche ricercato – la perseveranza e l’aura di mito iper-capitalistico di Cristiano Ronaldo, né la competitività abbinata al talento di Messi. Il suo fascino deriva da qualcosa di oltre: Maradona è stato un uomo influente e deciso, populista e carismatico prima che la figura del calciatore richiedesse questo tipo di esposizione mediatica.

Soprattutto, Maradona è stato il mito. L’incarnazione del genio decadentista (e decadente) in continua lotta contro tutto il mondo, e che preferisce rinchiudersi in una torre d’avorio. A Napoli, questa sua particolare inclinazione ha favorito la simbiosi tra Diego e la città. Napoli si identifica con Maradona, Maradona con Napoli. Sono facce che si scompletano, mani che si auto-disegnano, come nella celebre opera di Escher.

Il disegno di Escher potrebbe essere la rappresentazione più fedele del rapporto tra Napoli e Maradona.

Proprio per questo, diventa complesso stabilire quanto Maradona abbia influenzato la storia del Napoli e quanto il viceversa. Semplicemente, si sono dati tutto. Anche andando oltre, come ricorda spesso l’argentino: «Non posso più sopportare le pressioni, e mi sembra normale da parte di un uomo normalissimo» continuò Diego nell’intervista del ’90 a Minà.

Questo è un elemento fondamentale: Maradona ha spesso ricordato quanto fosse importante la sua immagine per i conti delle società per cui ha giocato. Era obbligato a giocare, sempre e comunque. La sua volontà non ha mai inciso. Lo ha fatto solo dopo il suo ritiro: in trent’anni Maradona ha dovuto rimediare a tutti gli errori che di punto in bianco non gli sono stati più perdonati.


Dalla disintossicazione a Cuba con Fidel Castro, al riconoscimento del figlio Diego, all’obesità. Maradona ha dovuto giustificarsi di tutto con tutti, anche se – come ha ammesso di recente – i suoi errori hanno distrutto solo se stesso. Non gli è stato dato tempo di affrontare il dolore, di viverlo. Di metabolizzarlo.

Il male di vivere

In ogni sua scorribanda offensiva, in qualsiasi gol o assist della pinacoteca personale, non c’è un gesto sportivo che non si combini all’idea di riscatto: sociale, emotivo, umano.

Il dolore è un elemento centrale nella biografia – sportiva e non – Maradona. Il suo modo di affrontarlo lo ha definito, a volte persino devastato. La sua storia non prescinde dalla sofferenza per un’idea di sé che non ha mai voluto imprimere. Maradona è un re acclamato, ma mai incoronatosi davvero.


L’esempio più perentorio della gioia esistenziale con la quale Maradona ha vissuto il calcio è nell’esultanza dopo il terzo goal alla Lazio nel 1985, di cui sopra. L’esultanza non si riduce alla mera contentezza del gol, o della vittoria. È qualcosa di più profondo: la manifestazione di tutto quello che Maradona è o può dare agli altri, al di là dei difetti umani. Il talento nel giocare a calcio, e l’entusiasmo nel farlo.

 

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