Il problema (culturale) di avere un CT come Mancini

Il calcio non si assume responsabilità

Da quando la pandemia da coronavirus ha radicalmente trasformato il mondo per come lo avevamo inteso fino a febbraio – irreversibilmente o no, non è ancora dato sapersi –, il calcio italiano ha paradossalmente reagito con nonchalance. Lo sport di contatto più praticato e seguito nel paese ha preferito arginarsi in una «bolla» mediatica da cui fa ancora fatica a uscire, anziché assumersi le proprie responsabilità. Semplicemente, si comporta come se il virus non esistesse.


È il fenomeno alla base del pensiero secondo cui se la Asl di Napoli decide che i compagni di squadra – che equivalgono a contatti stretti – di Zielinski e Elmas (dopo 21 giorni ancora positivi al coronavirus) non possano partire per Torino, è l’azienda sanitaria locale a essere nel torto. O peggio, a essere collusa con gli interessi di un club calcistico. Senza pensare alla marea di norme sballate e fallaci (il jolly da giocare per il rinvio, davvero? l’incongruenza di responsabilità Asl-Lega Serie A, ecc.), tenute insieme in un protocollo che dopo due giorni dalla sua emanazione era già desueto.

Il problema è culturale

Non sorprende, dunque, che in un contesto così assurdo il CT della Nazionale italiana, Roberto Mancini, abbia pubblicato la vignetta negazionista di cui sotto, attraverso le proprie storie di Instagram, qualche giorno fa.

Mancini, in realtà, non è nuovo a uscite piuttosto superficiali sul caso dei contagi da coronavirus. A inizio ottobre dichiarò che «giocando all’aperto ci sono poche possibilità di contagio», che «in Italia si è troppo pessimisti, la situazione attuale non è mica quella di marzo» e che in fondo si dovrebbe anche «riportare la gente allo stadio».

Al di là di partigianerie politiche e mediatiche superabili, che in tempi di emergenza sanitaria e economica nuocciono a tutti – persino a chi all’apparenza non ha bisogno di aiuti –, il problema è evidentemente culturale.

Roberto Mancini ha chiesto scusa, e ha sottolineato l’intenzione ironica della vignetta che ha condiviso. Non è compito di questo spazio indagare come possa Mancini ritenere «divertente» un meme tanto imbarazzante e offensivo, sia nella forma che nel contenuto.

Riflessioni

Insomma, il crocevia della riflessione non ha niente a che vedere con Mancini in sé, che è solo l’esteriorità di un moto negazionista ormai molto sviluppato, quasi radicato nella cultura del paese stesso. Qui risiede il rischio reale, nonché il motivo per cui una delle figure più importanti del calcio italiano si sia sentita in dovere di condividere un messaggio – velatamente o non – negazionista in un paese in cui le vittime stimate per il coronavirus superano le 36mila.

È davvero giusto che il CT della nazionale dello sport più seguito in Italia possa comunicare indifferenza – nonchalance appunto –, riduzionismo, qualunquismo nelle stesse ore in cui in molte regioni italiane c’è già un’emergenza sanitaria grave? Siamo sicuri che Mancini dovrebbe continuare a ricoprire un ruolo così largo? Per quanto tempo il mondo del calcio potrà continuare a fingersi estraneo al mondo stesso?

Forse, è arrivato il momento che in Italia qualcuno paghi le conseguenze che i propri messaggi hanno sulla vita degli altri. Anche se è il migliore commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio – per risultati sportivi – degli ultimi dieci anni.