Higuain sa come è fatto l’inferno

A 33 anni non compiuti, Gonzalo Higuain ha già detto addio al calcio che conta. Il passaggio all’Inter Miami di Beckham – che è ormai ufficiale – mette fine alla lenta agonia degli ultimi anni. Il Pipita non riusciva ad esprimersi ad alti livelli dal 2018, solo due anni dopo la stagione che lo aveva portato a rompere qualsiasi record (36 goal in un unico campionato).

Higuain è stato per un breve arco temporale il più forte centravanti del mondo, nonché uno dei migliori nella storia della Serie A. Soprattutto nell’ultima stagione al Napoli, era un numero 9 dominante, unico nel suo genere e fondamentalmente inarrestabile. Il modo in cui, quando la squadra faticava a risalire il campo, accarezzava il pallone con l’interno e lo teletrasportava sull’altra fascia di campo, e l’improvvisa bestialità che deflagrava dalle sue spalle per liberarsi dalle marcature e calciare in porta, sono immagini che le mie retine faticano ancora oggi a cancellare.

Chi è stato Gonzalo Higuain

La cosa più strana che riguarda Higuain è proprio il suo modo contraddittorio di intendere il ruolo del centravanti. Non essendo particolarmente alto, il suo punto di forza non erano i duelli aerei. E nonostante una tecnica finissima, di certo non era un attaccante associativo come Mertens. Insomma, ciò che ha reso inarrestabile Higuain tra la fine del 2015 e l’inizio del 2017 è stato il fatto che non avesse punti di forza specifici. Nella stagione dei 36 goal, il Pipita ha segnato in modi molto diversi tra loro, anche all’interno della stessa partita.

Contro l’Atalanta, per esempio, nell’aprile del 2016, ha segnato prima una rete da opportunista, su un cross dalla sinistra molto preciso di Hamsik. Poi, e qui stanno i gesti tecnici più assordanti, si è costruito da solo l’azione del secondo gol: prima anticipa di forza Stendardo, poi cede delicatamente il pallone per Callejon, e infine incorna il pallone come il toro più violento di Pamplona. Higuain è stato tutte queste cose insieme, eppure nessuna nello specifico. È stato una creatura angelica che non riusciva a vivere al di fuori delle temperature infernali, il punto d’incontro più umano possibile tra il genio e la mediocrità.

15 maggio 2016

Un’altra prodezza che rientra nella pinacoteca delle prodezze di Gonzalo Higuain è sicuramente l’ultimo con la maglia del Napoli. Il 15 maggio 2016 ero a casa, guardando la partita contro il Frosinone insieme a mio padre, e ricordo perfettamente la sensazione che mi trafisse alla rete del 4-0. Al di là della meraviglia, della gioia, e di qualsiasi altra emozione positiva, quel gesto mi turbò profondamente. A differenza di mio padre, che aveva visto dal vivo il Napoli vincere in Italia e in Europa, e visse quel momento con sufficiente tranquillità, rimasi sotto choc.

Mi chiesi a lungo come fosse possibile che un essere umano compisse gesti così enormi usando e deformando il proprio corpo, in così poco tempo. In verità, non escludo nemmeno che quel giorno non tifassi particolarmente per la squadra – che già dopo l’1 a 0 aveva messo in cascina il secondo posto –, quanto affinché Higuain raggiungesse il record di Nordhal. E magari lo superasse.


Effettivamente, andò così. Qualsiasi descrizione di un gesto tanto sublime sarebbe superflua: ogni molecola del corpo imperfetto di Higuain in quel momento era semplicemente inarrestabile.

Burnout

Il terzo – nonché uno degli ultimi – momento più dominante di Higuain in un campo da calcio ai massimi livelli è il goal segnato alla Roma, dopo il passaggio alla Juve. È il dicembre del 2016. Il Pipita raccoglie palla a centrocampo, anticipando in modo fulmineo De Rossi: il centrocampista giallorosso prova quindi a fargli fallo, ma i cingoli del carro armato Higuain lo travolgono con impeto, di nuovo: bestiale. Al contrario, i dribbling su Fazio e Manolas sono molto eleganti, e stonano (di nuovo!) con la potenza del tiro che Szczesny neanche vede, prima di raccoglierlo dalla porta.


Dal 2017 al 2020 ha invece inizio la fase di decadimento del Pipita. Il centravanti imperfetto ritorna tale: specialmente dal punto di vista fisico e psicologico. Nelle ultime stagioni, la sua media realizzativa è calata addirittura di 2/3 rispetto a quella del 2015 e del 2016 (0.39 gol a partita, contro 1.1). Tutti i limiti del gioco di Higuain sono tornati a galla, accentuati dalla precarietà della sua condizione fisica, sempre più oggetto di memes e scherno, social e non. Il tutto unito a uno scoramento psicologico che ha il culmine con l’addio alla Juventus, dopo l’acquisto di Cristiano Ronaldo.

Insomma, se le scelte che compiamo sono gli unici mezzi di cui disponiamo per autodeterminarci – come scriveva Sartre –, Higuain si è auto-condannato all’inferno, fisico e affettivo. Non è intenzione di questo spazio discutere e sindacare le scelte di un atleta professionista, il cui unico interesse è vincere e guadagnare. Ma, a quattro anni di distanza, si può affermare senza timore di smentita che Higuain abbia dato alla Juventus più di quello che la Juventus ha dato a Higuain, e che quindi avrebbe potuto scegliere diversamente.

È difficile dire se avrebbe fatto meglio a restare al Napoli, o andare in Premier League, o se la sua carriera sarebbe cambiata. Forse quella versione indistruttibile di Higuain è durata per il massimo tempo disponibile. Dopodiché è semplicemente decaduta, perché così è la sua natura. Ciò che è certo, è che Higuain ha regalato momenti di calcio unici. Come unico è sempre stato il suo modo di giocare.