La leggerezza di essere appassiti

Lunedì sera l’Italia ha battuto l’Olanda nella seconda partita del girone di Nations League. Se la partita in sé non ha fatto altro che notificare la crescita del progetto di Roberto Mancini, c’è un particolare che fa molto riflettere sulla capacità di scouting e sul rapporto del Napoli con il proprio territorio. In campo, nell’undici titolare dell’Italia erano presenti quattro calciatori campani (Donnarumma, D’Ambrosio, Insigne, Immobile), di cui solo uno, Lorenzo Insigne, ha giocato nel Napoli, e ne è attualmente il capitano.

Proprio qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis ha detto che: «La cantera è un discorso che praticavo all’inizio, per 6-7 anni, poi mi sono chiesto: è davvero produttivo?». La risposta – secondo il presidente del Napoli – sarebbe quindi negativa. Il che introduce a uno dei problemi strutturali, tra i molti atti lodevoli, più profondi che la SSC Napoli porta con sé dal 2004 a oggi.

Promesse

Nonostante la virata perentoria dell’ultim’ora, il pensiero di De Laurentiis sulla primavera non è mai stato così netto. Ha più volte promesso, specialmente nel periodo Benitez, riforme pesanti – a partire dalla creazione di strutture dedicate alle giovanili – al settore giovanile, sul modello delle migliori cantere del continente. Tuttavia, a 16 anni dall’inizio della sua gestione, il Napoli Primavera è retrocesso, non ha un centro sportivo di proprietà né uno stadio in cui giocare.


Nell’occasione dell’addio a Benitez, a fine maggio 2015, De Laurentiis diventa Icaro. Desidera volare così tanto in alto con le parole, che diventa evidente quasi subito la percentuale di spettacolo mista a promessa elettorale insita nel suo discorso. Prima (3:01) annuncia di essere alla ricerca di «una ventina di ettari dove costruire soltanto il centro della cantera». Poi (3:27), cita come esempio il Barcellona, che con Messi, Busquets, Xavi e Iniesta ha vinto tutto.

De Laurentiis è sceso a compromessi

Fin qui il discorso del presidente del Napoli è pienamente condivisibile. Per sopperire all’impossibilità di investire miliardi per cartellini e stipendi nell’acquisto del parco giocatori per la prima squadra, diventa essenziale la progettazione di un sistema giovanile moderno e sostenibile. Che poi è la scelta che tutti i club di medio livello hanno compiuto negli ultimi anni per non scomparire nel limbo del centro classifica.

Eppure, guardando i dati: l’Atalanta spende per la Primavera circa tre volte e mezzo quanto investe il Napoli (6-7 mln all’anno contro 1.5 circa), e infatti i risultati sono sensibilmente diversi. A gennaio, il club di Percassi ha venduto Dejan Kulusevski – che ha giocato solo tre partite in prima squadra – alla Juve per 40 milioni; per non parlare di Musa Barrow che, andato al Bologna, sta diventando un attaccante di livello per la Serie A.

Oltre all’eccezionalità del modello Atalanta, ciò che inorridisce è la consapevolezza che il Napoli Primavera – e il discorso vale anche per le categorie inferiori – non sia neanche paragonabile a realtà di medio livello. La Fiorentina negli ultimi anni ha lanciato Castrovilli, Sottil, Chiesa e Vlahovic, il Cagliari ha avuto Nicolò Barella, e persino il Chievo ha lanciato il 2000 Vignato. Il Napoli invece ha come fonte di speranza Gianluca Gaetano, l’unico vero calciatore promettente del club di De Laurentiis dal 2011. Quando in squadra arrivò Lorenzo Insigne.

Il fondo

Il punto più basso della storia della Primavera del Napoli è stato raggiunto, con ogni probabilità, quest’anno. Prima con Baronio, e poi con Angelini, la squadra è stata distrutta dalla maggior parte delle avversarie, senza mai dare la sensazione di avere qualcosa da dare al campionato. Questo, unito all’acquisto del 2006 Musella da parte della Roma, è indicativo dell’attuale livello della società azzurra. Del resto, da quanti anni il Napoli non porta un calciatore delle giovanili in Under-21? Siamo sicuri che, come dice De Laurentiis, non serva a nulla insistere sul territorio? Con una migliore rete di scouting, il Napoli si ritroverebbe un Donnarumma, o almeno un Mandragora, o un Immobile, in più in rosa? Se non si può competere con Juventus e Inter economicamente, non vale la pena di provare a farlo con organizzazione e progettualità?

Ovviamente, a queste domande è impossibile rispondere nettamente. Fatto sta che da anni la Primavera non ha uno stadio in cui giocare, e ogni anno deve chiederlo in concessione a un altro club campano (negli ultimi anni il Napoli ha giocato a Frattamaggiore), mentre le strutture sono inesistenti, così come i servizi. Negli ultimi anni, la sola figura di Grava non ha potuto nulla di fronte a problemi così ingenti, volutamente evitati dalla società. Intanto, però, nell’affare Osimhen tre calciatori della Primavera, il capitano Manzi, l’attaccante Palmieri, e Liguori, sono stati ceduti al Lille – una delle accademie giovanili più fini del calcio francese – per motivi finanziari. E forse è questa l’immagine più fedele della scarsa attenzione del Napoli verso le giovanili.

Insomma, De Laurentiis è cambiato profondamente. Al di là dell’immagine statica che sia i suoi denigratori – così come i sostenitori – ritraggono, il presidente del Napoli ha cambiato strategia. È sceso a compromessi, perdendo l’aura innovativa che aveva all’inizio della sua presidenza, badando ai risultati immediati della prima squadra (che pure sono sacrosanti), piuttosto che alla costruzione di una società profonda nelle strutture e nello scouting. Si è accontentato. Eppure, la piazza sembra non accorgersene, o esserne compiaciuta.