Callejon, l’arte di giocare senza il pallone

“Io non mi considero qualcosa di particolare: io mi considero unico”.

José Callejon è rimasto fedele al suo modo di essere. Sta uscendo di scena senza tagli retorici, senza sovrastrutture tracimanti. L’esterno spagnolo ha influenzato il modo di giocare del Napoli negli ultimi sette anni, in silenzio. Spesso senza essere celebrato come meritava; anche, e soprattutto, perché lo stile di gioco di Callejon è quanto di più minimale possa essere rintracciato nel calcio moderno.

In virtù di ciò, la frase di cui sopra – presa a prestito da Stirner, “L’Unico e la sua poprietà” – mi è sembrata la più adeguata a descrivere, in senso certamente meno tecnico e più emotivo, l’identità del numero 7. Che è considerabile, senza timore di smentita, un vero e proprio unicum in tutto il sistema calcistico europeo. La capacità di giocare senza la palla, la ripetitività ossessiva di inserimenti e tempi impossibili da intercettare per i terzini sinistri hanno reso Callejon l’ala più originale – e spesso esclusa dal ramo delle élite – degli ultimi decenni di calcio.

Trovare un suo sostituto sarà per il Napoli l’impresa più ardua di tutte.

L’attaccante e lo spazio
L’importanza di Callejon per lo sviluppo del gioco del Napoli è stata sotto gli occhi di tutti. Nel triennio di Sarri, la zona sinistra ha avuto un ruolo importante nell’impostazione e nel primo palleggio – grazie ai ripetuti sovraccarichi sulla fascia –, che José ha potuto sfruttare al massimo concludendo l’azione sulla destra, dove il suo inserimento era cosa risaputa.

Guardiola, nel lontano 2009, dovendo rispondere del fatto che il Barcellona non avesse un vero centravanti disse: “il nostro attaccante è lo spazio”. Che poi è la base filosofica del gioco così profondamente specializzato di Callejon. Il numero sette può essere considerato un buon giocatore dal punto di vista tecnico, discreto, ma anche piuttosto mediocre. Non è particolarmente abile nelle conduzioni, prova pochissimi dribbling (e riesce ad effettuarne pochi, 0.3 a partita quest’anno) e non ha nemmeno una possente struttura fisica tale da poter proteggere la palla o vincere duelli aerei.

L’unica arma di Callejon è stata – ed è ancora, anche se meno visibile in zona offensiva – un’intelligenza tattica fuori dal comune, che lo ha spesso portato a leggere azioni molto in anticipo rispetto agli avversari. Callejon non si muove all’interno dello spazio come tutti gli altri calciatori; bensì, lo modella, lo deforma a suo piacimento arrivando a letture così ampie e profonde da risultare sconcertanti.

Nell’azione di sopra, contro il Sassuolo (partita vinta dal Napoli 2-1, nel gennaio 2016), Callejon riassume tutte le righe precedenti in poco meno di 4 secondi. Insigne riceve il pallone larghissimo sulla sinistra, con i piedi quasi sulla linea di fondo. Higuain è al centro dell’area, in una posizione arretrata, con Magnanelli che gli chiude la linea di passaggio. José è come sempre alle spalle del terzino sinistro, ma quando capisce che Higuain non potrà arrivare ad attaccare il primo palo, lo fa in prima persona. Così taglia tutta la difesa del Sassuolo e segna di testa. Il tempo in cui è arrivato ad una conclusione da centravanti puro è assurdo. Un movimento che può fare solo chi possiede lo spazio.

Centro di gravità permanente
L’importanza rivestita da Callejon in tutte le gestioni tecniche del Napoli dal 2013 a oggi ha ulteriormente influito sulla sua maturazione. Quello che pareva un esterno avulso dal gioco e perennemente pronto a tagliare alle spalle del terzino si è trasformato in un’ala molto più moderna e associativa, grazie ad alcuni principi del gioco di posizione introdotti da Sarri. La prova più sfacciata di questa evoluzione è il numero dei passaggi chiave per partita: nel primo anno di Sarri (2015/16), Callejon ne proponeva 1.2 a partita. Mentre, al primo anno di Ancelotti, il dato è addirittura raddoppiato, fino a 2.1.

L’evoluzione a esterno di centrocampo, nel 4-4-2 dell’ultimo anno e mezzo, ha condotto lo spagnolo verso una posizione più legata al centrocampo che all’attacco. Ancelotti stesso lo provò, nel ritiro di Dimaro del 2019, come centrocampista interno, quasi a consacrare la trasformazione di José in un ruolo ibrido. D’altro canto, però, l’arretramento di Callejon ha peggiorato alcuni dei suoi punti di forza, come la finalizzazione in area: quest’anno sono state addirittura otto le grandi occasioni da rete mancate.

L’addio
Insomma, l’addio dello spagnolo – “ufficializzato” de facto nel corso dell’ultima partita contro la Lazio – avrà dei riscontri nel futuro immediato, e non solo, del Napoli. Perdere un calciatore così bravo nelle letture di gioco, in attacco quanto in difesa, cambierà totalmente il modo di stare in campo degli azzurri. Un esempio pratico è la costruzione della manovra: come detto prima, finora il Napoli ha costruito prevalentemente sulla sinistra proprio per permettere a Callejon di chiudere l’azione con una giocata, che sia gol o assist.

 
 
 
 
 
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Un cuore sul prato del San Paolo. Come quello che, per 7 anni, hai lasciato su qualsiasi campo tu abbia calcato con la maglia azzurra. José María Callejón. 🔹

Un post condiviso da GA7 (@therealga7) in data:

Con un esterno a piede invertito come Politano o un velocista come Lozano, bravo ad attaccare gli spazi, ma con una tattica indiviudale e di squadra quantomeno discutibile, questa soluzione non sarà più praticabile. Di qui deriva la grande responsabilità di club e allenatore, che dovranno individuare un profilo adatto al gioco che vuole implementare Gattuso, ma che aderisca anche a delle lacune evidenti nell’attacco del Napoli. Proprio quelle lacune che Callejon – negli ultimi sette anni – si era impegnato a nascondere.