Perché Gattuso sbaglia nel dire che il Napoli non pensa più

Il lunedì, si sa, quando arriva porta con sé strascichi raramente sostenibili: cominciare una nuova settimana lavorativa è stressante, malinconico, aberrante. Figurarsi poi, a Napoli, con un Napoli così, il grado di depressione che questo anticipo di “Blue Monday” sta conducendo.

Il copione non è cambiato nemmeno stavolta: il Napoli perde (e siamo alla terza sconfitta in quattro gare per il neo-allenatore azzurro) a Roma con la Lazio e precipita nella parte destra della classifica. Undicesimo posto, appena 24 punti conquistati in 19 partite e una marea di errori individuali susseguitisi gli uni dopo gli altri. Potrebbe andare peggio di così? Secondo Gattuso no.

“Questa squadra ha toccato il fondo, la classifica è imbarazzante. Non siamo più abituati a pensare, al contrario di due anni fa”. Tutte bordate, in modo diretto o non, volontariamente o soltanto da un punto di vista inconscio, lanciate contro la precedente gestione tecnica, facente capo a quell’Ancelotti che è stato definito da Gattuso stesso “un maestro”, uno con cui “non dovete fare i paragoni”. Ma, oltre alle polemiche di carattere mediatico, c’è un messaggio, tra i tanti corretti, che Rino sbaglia a far passare.

Ovvero che il Napoli sarebbe “disabituato a pensare” da due anni a questa parte. Sarebbe facile, per sovvertire questa tesi alquanto opinabile, citare i pochi vanti della fallimentare e illusionistica era Ancelotti: verrebbe infatti da far notare al nuovo tecnico che una squadra che non pensa più non batterebbe il Liverpool al San Paolo (unica squadra d’Europa al momento ad essere riuscita in tale impresa) e non avrebbe fermato per due volte, lo scorso anno, il PSG di Neymar, Mbappé e compagnia cantante.

Sarebbe facile, e quindi per un occhio non attento. La vera motivazione per cui ciò che sostiene Gattuso è fallace è una e una sola ed è da ricercarsi proprio in uno dei motivi per cui la gestione Ancelotti è naufragata: i limiti dei singoli. Il calcio della precedente gestione, più europeo e verticale, non poteva prescindere dallo spunto personale, ovvero dalla messa in pratica e a disposizione della squdra della tattica individuale.

Se c’è stato infatti un problema tra allenatore e squadra, oltre quello delle scelte di formazione e dei continui cambi ruolo che sono responsabilità diretta dell’attuale coach dell’Everton, era proprio per l’inettitudine di gran parte di quest’ultima nel non riuscire a pensare autonomamente, ma nella voglia spasmodica di uno “spartito” da suonare a memoria.

L’idea di un calcio fluido, verticale e iper-offensivo è salpata anche perché i calciatori del Napoli non hanno saputo pensare individualmente: ecco dove sta l’errore di Gattuso. Questo gruppo ha sicuramente grandissime qualità, ma non ha mai pensato, non pensa e, molto probabilmente, non penserà neanche in futuro.