Qualcuno era sarrista

“No, non penso di avere cose da rimproverarmi. La mia vita? Beh, direi una vita normale: lavoro, famiglia, pago le tasse. Non ho mai nemmeno fatto l’assessore, per dire. Come? Ah, voi parlavate di prima! Beh prima mi sono comportato come tutti. Sì, certo, indossavo la tuta perché la trovavo comoda. Cosa cantavo? Davvero volete sapere cosa cantavo? Oserei dire anche canzoni popolari, sì: anche “Come Maurizio Sarri”. Ah, volete sapere se ero sarrista? Perché? C’è qualcosa di male?”.

Potrebbe esordire con queste parole una rivisitazione in chiave calcistica, e neanche tanto, dello storico monologo a firma di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista”. Invece, ed è inutile nasconderlo, questa è proprio la condizione di una buona fetta di tifosi del Napoli, disillusi e amareggiati per aver creduto nel cosiddetto “moviemnto sarrista”.

L’ufficialità del passaggio di Maurizio Sarri alla Juventus ha infatti stordito tutti, napoletani e non. Il fugace comunicato del club bianconero, che ha postato il benvenuto a Maurizio alle 15 sul proprio profilo Twitter, ha di fatto spaccato l’opinione pubblica, tra detrattori, vedove, e moralisti da un lato e sostanzialmente juventini non-allegriani dall’altro.

Premettendo di non appartenere né alla prima né tanto meno alla seconda delle categorie sopracitate, il ruolo ci impone di analizzare con equità il “fatto”, ovvero ciò che oltre alle interpretazioni personali può essere detto o pensato circa l’eccentrico, questo sì, matrimonio appena nato.

Razionalizzazione
A voler interpretare il fenomeno da un punto di vista meramente economico-aziendale, l’approdo dell’ex Comandante verso la Torino bianconera è una scelta logica e conveniente. Il tecnico di Figline lascia, infatti, una società allo sbando totale come il Chelsea, che oltre al mercato bloccato in entrata ha già visto l’addio del fuoriclasse Eden Hazard, passato pochi giorni fa al Real Madrid, e sceglie un club ricco, vincente (la società di Agnelli è reduce da otto scudetti consecutivi) e che punta alla vittoria della Champions League. Niente male per un allenatore che appena cinque anni fa esordiva nel massimo campionato italiano alla veneranda età di 55 anni, no?

Ma la figura di Sarri, si sa, non è stata, e probabilmente mai lo sarà, legata solo al mondo della convenienza o delle vittorie. Le decisioni di vita, prima ancora che sportive, dell’ex Chelsea hanno sempre puntato all’appagamento dell’uomo, alla ormai celeberrima “ricerca della bellezza”, che ha rinfrescato i palati di tutti i tifosi del calcio, e non solo del Napoli, che hanno saputo godersi il triennio (2015-2018) che, seppur senza trofei, ha condotto Sarri e le undici avanguardie vestite di azzurro a sfiorare il potere. La situazione, per questo motivo, diventa più intricata e spinosa. Anche più della querelle Higuain, quando nell’estate del 2016 il centravanti argentino passò proprio dal Vesuvio alla Mole, in maniera diretta.

La rivoluzione non è mai esistita
Per analizzare al meglio la questione (che poi si riduce alla domanda: “Sarri è un traditore?”), tuttavia, è bene districare i mille nodi del gomitolo ad uno ad uno.
Perché, questo è davvero doveroso specificarlo, la rivoluzione di cui tanti tra le file dei tifosi del Napoli sentono tradita non è in realtà mai esistita.

Come ribadito dal protagonista stesso, infatti, “il sarrismo è solo un modo di giocare a calcio”. La sfida al potere, il tentativo di sovvertire l’ordine costituito è stata una favola che, per quanto affascinante e bella da vivere, è terminata il 29 aprile 2018, quando il Napoli perdeva a Firenze campionato e orgoglio, sulla scia di un Inter-Juventus (giocata il giorno prima) che aveva lasciato più di qualche dubbio anche nella mente dei calciatori partenopei.

Di lì in poi, le parole, oltre che le azioni stesse, del “Comandante” hanno sempre dato vita a tristi interpretazioni. Dichiarazioni del tipo “con il prossimo contratto voglio arricchirmi” o lo stesso temporeggiare pressoché infinito prima di accettare il rinnovo offertogli da ADL, poi mai firmato, avevano già dato segno di come allenatore e uomo, Sarri e Comandante fossero due realtà diverse. Che hanno avuto la fortuna, perché di questo si tratta, di unirsi per un breve intervallo di tempo, che è durato per tutta la corsa scudetto del Napoli di quell’anno.

Le persone passano, gli ideali restano
Sarri non ha tradito i tifosi del Napoli, questo è fuori discussione. Anche come ammesso da Maurizio stesso, infatti, “essere fedele significa dare il 100% quando puoi farlo e io ho sempre dato tutto al Napoli e ai napoletani”. Il resto, almeno attenendosi alla realtà e al mondo e a cime esso si comporta e va, sono chiacchiere. Un’offerta così prestigiosa e remunerativa non sarebbe mai arrivata a Sarri una seconda volta. E nella vita le occasioni vanno colte al volo.

Sarri non ha tradito i tifosi del Napoli, è bene ripeterlo, perché ha tradito se stesso o l’immagine che si è lasciato cucire addosso e con la quale ha convissuto fino ad oggi. Poteva schierarsi nettamente contro il movimento sarrista che in lui vedeva esaltava il mito della personalità. Invece lo ha sempre difeso, apprezzandone anche le responsabilità affettive che comportava il titolo di “Comandante”.

Sarri non ha tradito i tifosi del Napoli, ma non è nemmeno un condottiero o un idolo, come invece è stato venerato per tutto questo tempo. Ad oggi, anche se è difficile da accettare, resta per il Napoli e i napoletani solo un avversario da battere, oltre che l’esempio perfetto di una favola rimasta incompiuta. Perché ogni uomo è figlio delle proprie decisioni e ne deve accettare le conseguenze. Anche se queste comportano la fine di un amore.