EDITORIALE – La più bella rivelazione della rivoluzione sarriana

Non è sempre facile capire fino in fondo le qualità di un giocatore, spesso ci si ferma alla superficie delineando il livello massimo in base a delle percezioni fisiche e tecniche.
Raramente si pensa che una prima punta possa non arrivare almeno a un metro e settanta. Tanti i ragazzi scartati nel calcio, appunto, per il problema dell’altezza. Insigne, in primis, si è fatto portavoce della storia di tanti aspiranti calciatori che si sono visti chiudere le porte in faccia proprio per questo motivo. Anche per Dries Mertens la carriera non è stata sempre rose e fiori proprio a causa del suo fisico, all’epoca, mingherlino. Chi lotta per un sogno spesso vede vincere i fantasmi e superare gli ostacoli che ha davanti. Non è facile, ci vuole tanta pazienza e convinzione nei propri mezzi, al contempo non può mancare che crede in te e va oltre le sterili apparenze. La consacrazione in Europa del belga è arrivata grazie prima all’Anderlecht e poi al PSV. Negli anni trascorsi nel club olandese è stato ben visionato da Bigon, il direttore sportivo allora che voleva già portarlo a Napoli dopo l’addio di Lavezzi. Mazzarri, però, cercava altro in quel periodo.

Il destino, nonostante tutto, doveva portarlo all’ombra del Vesuvio; Grazie al placet di Benítez riuscì, infine, a vestire la maglia azzurra. Il suo talento era indiscutibile fin dall’inizio, ma paradossalmente giocare a sinistra – suo ruolo naturale da sempre – non ha mai fatto uscire la sua vera vena da goleador. Si limitava a dribblare l’avversario ed accentrarsi per provare il tiro finale.
Il dualismo con il numero 24, per di più, non ha sempre giovato la concorrenza. I due più volte se sono spalleggiati per giocare titolare, con una voglia immensa entrambi di dimostrare il loro valore. È bastato l’infortunio di Milik, in parole spicciole, a cambiare il corso dei tempi e della stagione.
Un giocatore che a 29 anni si è messo in gioco, per se stesso e per la squadra, trascinando il Napoli in alto può essere considerato leader tecnico e morale. Grazie ai gol, infatti, tutta la squadra e mister Sarri sono riusciti a ritrovare quel sorriso dopo un periodo di adattamento non facile. Insomma, non si finisce mai di imparare e di conoscersi. In 10 anni di carriera da professionista nessun allenatore avrebbe mai pensato che quel ragazzo di Lovanio avrebbe potuto diventare non solo un centravanti, ma uno dei più forti in circolazione.

Per un gol la scorsa stagione non ha vinto la classifica capocannonieri, partendo da fine ottobre come prima punta. Nessuno migliore di lui tra gol e assist (35 totali), però, nell’anno solare 2017 in Italia. De Laurentiis non ha potuto non premiarlo a fine stagione con un rinnovo triennale a 4 milioni e una clausola solo per l’estero di appena 28 milioni. Troppo pochi attualmente.
Mertens ha insegnato che il calcio non è una scienza esatta, che un calciatore può farsi spazio con l’estro e il talento sì naturale, ma affinato col tempo. È l’ultimo che va via agli allenamenti, sempre col sorriso stampato sul volto.

Nel suo repertorio si possono contare reti segnate in tutti i modi: di sinistro, in dribbling, in progressione, da fermo in posizioni assurde. Ciro (come ormai lo chiamano in città) non è solo un ottimo calciatore, è un Dio di giocatore. Un esempio per tutti.
A trent’anni è arrivata, poi, la sua prima convocazione per la vittoria del pallone d’oro, tra i 30 migliori in Europa.
Per il suo senso di sacrificio, volontà, amore per il calcio merita di essere lì ed anche se sicuro non vincerà, ma per chi ama questi colori resta il numero uno a prescindere.