Vanja Milinkovic-Savic, portiere del Napoli, ha rilasciato un’intervista ai microfoni di Dazn, nel corso della trasmissione My Skills. Di seguito, le sue dichiarazioni integrali.
“Per divenare un portiere di alto livello devi controllare tutto in area. Con il calcio moderno devi saper spostarti 10-15 metri fuori dall’area”.
“Sei nato per fare il portiere? No, anch’io ero nato per segnare. Poi ho fatto lo switch ed ora sono uno che protegge. Ero un bomber, non la passavo mai, ero egoista e volevo segnare. Oggi però, la punta deve saper fare più cose, deve saper fare tanti scatti e corse, ho deciso di stare in porta perché si corre di meno”.
“In famiglia siamo tutti un po’ sportivi. Io e mio fratello abbiamo iniziato in Austria dove giocava mio padre. Siamo nati in Spagna ma eravamo giovani quando siamo andati in Portogallo, abbiamo sempre seguito papà dove giocava. Poi siamo andati in Austria per altri 5-6 anni e infine in Serbia. Sulle lingue sono messo bene, conosco inglese, spagnolo, italiano, tedesco, un po’ di polacco, capisco anche il francese. Mio fratello Sergej non mi ha mai fatto gol. Io già ci metto il 120% quando gioco, poi contro di lui c’è sempre stata competizione da quando siamo piccoli, contro lui ci metto il 200%. Da ragazzino il portiere era Abbiati, lui portava il 32, ero piccolo quando giocò con l’Atletico Madrid contro il Vojvodina. Allora vedere quella squadra lì era inimmaginabile. Ho visto quel portiere, mi è piaciuto tutto il lavoro e mi sono preso il suo numero”.
“Eri già alto da piccolo? Crescevo di continuo, poi noi in famiglia siamo alti. Sono alto 2 metri e 3. Cerco di essere un misto di tutto, nel mio caso dev’esserci talento, poi conta il lavoro. Quando avevo 12 anni e i ragazzi iniziavano ad uscire sono stato fortunato ad avere la mamma e il papà sportivi che ci dicevano di andare subito a dormire perché poi dovevamo allenarci. Spesso mi danno del matto, ma mi considero normalissimo. Se mi tiri una pallonata in faccia in un 1 contro 1 sono contento perché ho parato. Ti sembra normale?”
“Al Torino sei diventato grande, poi è arrivato il Napoli… Me l’aspettavo perché cerco di arrivare ad un certo livello. Non mi accontento mai, quindi quando mi chiedono se mi aspettassi questa carriera dicevo di sì. Se non ci credo io chi lo deve fare? Nel Napoli hai già vinto un trofeo ed esordito in Champions League, ma in un club così vuoi vincere… Qui siamo tutti per vincere, non giocherei sennò. Anche quando avrò i figli non li lascerò vincere, in ogni cosa penso che devo vincere. Lo spogliatoio è bellissimo, ci sono tanti leader e non importa chi gioca o meno. Ognuno dice la sua, non ci sono problemi, e tutti ti ascoltano. Siamo campioni veri. A 17 anni ho firmato per il Manchester United, ma facevo avanti e indietro dalla Serbia per il visto. Come portieri in quel periodo c’erano Victor Valdes e De Gea in quel periodo. Quando in allenamento tiravano Nani, Van Persie e Rooney era tosta”.
“Oggi un portiere dev’essere presente sia nella tattica che nei possessi. Gioco con i piedi? Io mi divertivo e dribblavo. Forse lì è venuta la naturalezza del movimento, leggere il gioco… Mi sentivo come un difensore centrale. Quanto riesci a far arrivare lontano la palla con le mani? 50 metri di sicuro. Appoggio lontano il piede di appoggio, perché devo piegarmi per arrivarci da sotto e dare forza al pallone. La cosa più bella per i portieri è il rinvio, quando la prendi da sotto. Mi piacciono tanto, anche con Hojlund quando riparte”.
“Col Torino tirasti una punizione che prese la traversa. Come hai convinto uno specialista come Mihajlovic? All’epoca calciavo le punizioni con Baselli. Sinisa mi ha visto e mi ha detto ‘te la senti?’ ed io ho accettato l’invito. Mi ha detto che in qualsiasi momento avrei potuto provare. Poco dopo è arrivata la partita con il Carpi e sono andato. Con Conte questa cosa la vedo molto difficile (ride, ndr)”.
“Se dovessi scegliere il tuo tipo di parata preferito? L’1 contro 1, è una sfida dove cerco di invitarti nella mia trappola, mi diverte più di tutto. Anche il rigore, quando ne pari uno ti senti davvero re. Da attaccante devi segnare in teoria, noi non dobbiamo pararlo, se non ci riesci te ne fai una ragione, ma se riesci sei quel che vuoi. Tu attaccante invece devi segnare, ti sei preso la responsabilità di segnare e si entra nel mental game. Mentalmente è più dura per chi deve segnare. Non mi piace disturbare il tiratore. Quando un portiere si abbassa sui rigori è per prendere forza. Ho cambiato tecnica sui rigori, se guardi un rigore di qualche anno fa rispetto a quelli attuali è tutto diverso”.






