Spiragli tattici Vol.11: No Ciro, no party

Il Napoli si è allontanato ancora dalla vetta. Dopo il pareggio di ieri sera contro la Roma, sono salite a sei le lunghezze dalla capolista Juventus. Ma il pessimismo e i malumori vari lasciano il posto ad un unico grande sentimento: all’ombra del Vesuvio c’è rammarico.

Già, perché ventidue punti su trenta non bastano ad una squadra in crescita continua, che non si accontenta di un inizio di stagione spumeggiante e invadente nei confronti di società che hanno speso il doppio, o anche triplo, in fase di calciomercato.

Rammarico, del resto, perché nel posticipo delle 20:30 contro i giallorossi, la squadra azzurra ha dominato in lungo e in largo e meritato ampiamente la vittoria, sfuggita oltre che per la buona fase difensiva avversaria, anche per la propria scarsa vena realizzativa.

Si scrive Roma, si legge muscoli e cinismo

La squadra romanista ha concluso solo 7 volte verso la porta di Ospina, collezionando il 40% di possesso palla. Numeri che determinano la superiorità, se non altro territoriale, dimostrata dal Napoli nel corso dei novanta minuti.

I giallorossi, infatti, hanno tenuto costantemente un baricentro basso, che non superava mai i 30-35 metri di altezza, al contrario del loro solito: nonostante la presenza di tre attaccanti e un trequartista, poi, i contropiedi sono stati quasi sempre fallimentari.

L’azione del goal giallorosso scaturisce da una rimessa laterale: Koulibaly esce troppo presto, Albiol deve accorciare su Under e il danno è fatto: Dzeko è libero al centro. Hysaj si stacca dalla marcatura, ma lascia passare il pallone che El Shaarawy spingerà alle spalle di Ospina.

Tuttavia, è proprio da una ripartenza che la squadra di Di Francesco punisce: al primo tiro utile la Roma concretizza il vantaggio, che terrà banco sino al novantesimo minuto. Segno di grande esperienza e qualità nei singoli.

Per il resto della partita, c’è da sottolinearlo, la Roma appare in affanno continuo: Nzonzi perde una marea di palloni, sempre aggredito da Allan, mentre Cristante e Pellegrini si muovono molto, ma senza disciplina tattica.

Maledizione da 4-3-3

Se la risposta del Napoli nel primo tempo era stata velleitaria, date le tre palle goal sciupate da Milik su cross al bacio, nella seconda frazione la squadra di Ancelotti abbassa ulteriormente la difesa giallorossa.

Decisivo in questo senso è l’ingresso di Mertens (entrato per Milik al 50′), che offre più linee di passaggio rispetto al polacco, che finalizza ancora troppo poco per i suoi standard.

Dopo una lunga costruzione di gioco, il Napoli può verticalizzare: Milik porta con sé Juan Jesus, liberando Callejón nellll’1vs1 con Kolarov. Insigne trova a memoria lo spagnolo sul secondo palo: parata di Olsen in extremis.

La Roma, dal canto suo, risponde cambiando modulo di gioco: passa al 4-3-3, rivelatosi ancora nefasto, e prova a stringersi di più in mezzo al campo, dove le truppe partenopee erano state autentiche padrone nei primi 45 minuti.

Numero nove

Il centravanti è un ruolo delicato. Spesso tutte le aspettative, le paure e le ansie vengono caricate proprio sull’ago della bilancia del reparto offensivo. Ma il famoso “numero nove” non è solo un ruolo: è uno stato d’animo, un’indole.

E Mertens lo è per natura. Nonostante i modesti 169 cm, il belga continua a rivelarsi, anno dopo anno, il vero bomber della macchina azzurra. Certo, il suo modo di attaccare è diametralmente opposto a quello di Milik, ma sta generando più risultati.

Con l’ingresso di Mertens, la squadra di Ancelotti perde fisicità e presenza in area. La difesa della Roma è in tre contro il solo Hamsik, che, non avendo alternative di passaggio, è costretto a tirare verso la porta.

Per carità, il goal del pareggio non può alleviare problemi che ci sono e paiono evidenti: scarsa occupazione dell’area avversaria, poco cinismo e troppa superficialità nell’ultimo passaggio. Ma se non altro, ha ricordato un dettaglio: il numero 14 è ancora il titolare.

Se non altro per la personalità e il carisma, doti che Milik non possiede o non ha ancora la forza mentale per mostrare a tutti. “No Ciro, no party” è realtà: questo Napoli ha bisogno del miglior Mertens, perché senza sarà anche più bello, ma resta meno efficace.

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